Salito al trono in veste tuttora da Cardinale, Ferdinando portò con sè come un'aura di pacifica dignità, che rompendo le atroci tradizioni domestiche, molto valse a ricomporre e ricondurre verso il Principe gli animi dal duro imperio di Cosimo sbigottiti, dalle brutalità di Francesco nauseati. La politica indipendente con la quale si svincolò dalla soggezione spagnuola, ebbe, fra il 1589 e il 1600, suggello in due matrimonî francesi: il suo proprio, conciliato dalla vecchia regina Caterina, con Cristina di Lorena, che gli fu degna compagna di vita e di governo, e quello, non altrettanto felice, di Maria, nipote di lui col re Enrico IV, riamicato ch'e' l'ebbe alla Chiesa. Nè per questo potè dirsi aver egli non altro che mutata servitù: perchè e verso la Francia e verso la Spagna mantenne il proprio diritto, e l'amicizia sua fece desiderabile e ricercata all'una e all'altra delle due potenze che si maneggiavan l'Italia; e fra l'una e l'altra seppe esercitare autorità non infruttuosa pel trattato di Vervins che lo pacificò: — e la sua bandiera sul castello d'Iff nel mar di Marsiglia; e le pratiche per l'acquisto del marchesato di Saluzzo a bilanciare le ambizioni italiche di Carlo Emanuele nostro; e la partecipazione alle guerre imperiali contro il Turco; e le fortunate imprese delle sue galere Stefaniane contro i pirati africani; furono altrettanti atti del governo sagace, vigoroso e prudente, per i quali la Toscana, nella malcongegnata macchina di quella Italia del secolo XVII, si acquistò e conservò un'autorità, che la postura sua al centro della penisola rendeva doppiamente salutare e onorevole, non pure all'interesse dinastico del granducato, ma altresì al nome, fosse pure mero nome, d'Italia.

Mite, ma non dimesso d'animo; accorto, preveggente, operoso; dalle relazioni col padre e con Francesco e con l'altro fratello Pietro, aspre e difficili, ammaestrato per tempo a far suo pro de' loro trascorsi e a curare negli altri ed in sè le magagne della propria stirpe; e nella vita cardinalizia romana dirottosi a prendere pel loro verso uomini e cose; egli portò nel suo governo tutto il beneficio di quelle qualità sue morali, e di questa non lieta e paziente esperienza. Splendidamente riassunse, sì da cardinale e sì da granduca, la tradizione domestica di mecenate. Dei tesori d'antica arte che da Roma più tardi immigrarono in Firenze, molto (e basti ricordare la Venere, la Niobe, i Lottatori, l' Arrotino ) si deve a lui, che ne avea adornato da Cardinale villa Medici. Splendido fregio d'arte nuova alle pompe cortigiane, in cui si adagiavano ormai domi cuori ed ingegni, furono il melodramma nascente, il commesso in pietre dure, l'ambizione del principe d'aver cortigiani che si chiamavano Chiabrera o Guarini; e il Chiabrera ne ispirava quella sua ingegnosa poesia di riflesso, a favoleggiare epicamente sulla Firenze de' tempi barbarici, o a pindareggiare sulle palestre della Firenze granducale, o sulle imprese cristiane del naviglio toscano. E ben potevano coteste avventure marittime atteggiarsi a piccole crociate, se è vero che e Ferdinando e poi il figliuolo Cosimo II, ambedue eroi del poeta savonese, vagheggiassero l'idea cavalleresca d'una rivendicazione, anzi trafugamento, del Santo Sepolcro; e che a ciò fosse destinata la nuova cappella Laurenziana, lussureggiante di marmi, che fu invece e rimase la Cappella dei Principi e loro sepolcreto. Da cosiffatti pensieri, i quali forse in animo di principe italico erano l'estremo guizzo del sentimento cristiano che pure in quel secolo produsse alla civiltà Lepanto e la Gerusalemme, non diremo alieno l'adoperarsi di Ferdinando per una stamperia orientale, fruttuosa agli studi fin ne' giorni nostri medesimi. Nè ciò gl'impedì le cure dei traffici (e fu lui l'ultimo mercatante mediceo) alimentatori d'una ricchezza più che regia, e per i quali il vincitor de' pirati dicesi non isdegnasse, talvolta anche a loro cooperazione, l'industria dei contrabbandi marittimi; ma del cui frutto, a ogni modo, si vantaggiavano i bonificamenti aretini e di altre parti del dominio, che dalla mano di Ferdinando ricevè insomma quella coesione economica e politica di granducato toscano, la quale perdurò fin che una Toscana politica ha conservata ragione di essere.

V.

I due successivi granducati, che occupano dal 1609 al 1670 la maggior parte del secolo; con la breve signoria di Cosimo II fino al 1621, con la reggenza della madre sua Cristina e della moglie Maria Maddalena d'Austria, e con la signoria, dal 27 in poi, lunga d'oltre quarant'anni, di Ferdinando II; segnano sollecitamente l'indebolirsi, se non ancora della dinastia, ma certo del governo così negli ordini amministrativi come nei politici. Nell'interno, dove l'opera de' ministri prevale troppo spesso a quella del Principe, languiscono lentamente i commerci e le industrie, deperisce l'agricoltura, i vincoli giurisdizionali sopraffanno l'economia pubblica e domestica, si snerva la famiglia e si gonfia il convento, l'antico vigore del braccio e dell'animo si strania in servigio d'altri paesi; scarsa e mal nutrita è la fioritura delle lettere e delle arti, faticosa e contrastata quella della scienza che per virtù e martirio di pochi si afferma. Dal Cinque al Seicento, in Toscana, non è solamente cambiata la forma del reggimento civile; si è mutata la razza. Nelle relazioni esteriori, solidata ormai, per necessità di cose e per salutare effetto delle altrui gelosie reciproche, la esistenza del granducato, non però è altrettanto scevra d'impedimenti la morale indipendenza del Principe: la tradizione politica di Ferdinando I, tenuta in piedi alla meglio fra l'imperversare delle ambizioni e delle guerre dinastiche, non vale ad assicurare a' suoi successori la libertà delle loro amicizie o alleanze. E quando, cessati all'Impero i pericoli sovrastanti da Enrico IV, s'imbastiscono, con quelle del doppio ducato di Monferrato e Mantova, le prime guerre di successione; e Carlo Emanuele I sospinge animosamente i destini di Casa Savoia; e la guerra dei Trent'anni sconvolge o sospende tutta l'Europa; la politica medicea è, senz'arbitrio di scelta, vincolata più o meno strettamente a Spagna e Austria, e due fratelli di Ferdinando combattono in quella guerra ed uno vi muore. Il che non guadagnò del resto a Ferdinando II il ricambio dell'alleanza, allorchè egli ebbe a contrastare anche con le armi, e non senza onore, alle oltracotanze nepotistiche di papa Barberini; riserbandosi egli bensì, a sua volta, di starsene a suo agio, quando Spagna e Francia si accapigliarono sulla costa maremmana per la vecchia questione dello Stato dei Presidii. Tutto insieme, non mancarono a Ferdinando II qualità di governo; ma inadeguate alla straordinaria e troppo vasta complicanza dei fatti contemporanei. Ed è altresì vero che alcune deficienze, delle quali in quel periodo casa Medici peccò verso sè stessa, non sono imputabili nè a lui nè al padre suo, ma alle Reggenti; come fu del non aver fatto a tempo valere il conchiuso matrimonio di lui con Vittoria, ultima Della Rovere, per attirare alla corona granducale il ducato d'Urbino; che sarebbe stato più vantaggioso, e troppo più bello, acquisto che non gli altri, i quali Ferdinando non trascurò, di Pontremoli e di Santa Fiora.

La bontà, accompagnata in Cosimo da umore anche troppo proclive ai sollazzi e alle scurrilità delle corti d'allora, fu in ambedue questi principi naturata conformemente: e Ferdinando ebbe nella orribile pestilenza del 1630 occasione di esercitarla con provvedimenti ed atti, piuttosto di padre che di sovrano. E come a Cosimo questa bontà ingenita addolcì l'austerità, del resto affettuosa, della madre e della moglie, e lo fece rassegnato nelle infermità della vita breve; così a Ferdinando dette la virtù di sopportare quella tribolazione lunga, che gli furono in casa le donne. Il carattere della moglie, altero, ombroso e dispettoso, si atteggiò fin da principio ad aperto contrasto con quello di lui effusivo, benevolo e gaio: donde avvenne, che e' trascorresse, sebbene senza rumore di scandali (che fra i potenti del secolo finivano spesso, e per lo più impunemente, nel tragico), a cercarsi allegria dove non avrebbe dovuto; ed altre conseguenze derivarono, fatali alla dinastia, delle quali assai dice la distanza di anni diciotto fra il primo figliuolo, che fu, a tutta imagine materna, quel bel fiore di Cosimo III, e il secondo, prima cardinale sguaiato, e poi, per comodo, marito sconcio e inutile d'una Gonzaga. Eppure la Vittoria Della Rovere dovette a quel pover'uomo parere un angiolo, appetto a quel vero demonio di nuora, la bella Luisa d'Orléans, ch'egli andò a scovare sino in Francia pel suo figliuolo e successore. E con cotesti matrimonii a cattiva luna, l'urbinate, l'orleanese, il mantovano, e poi i due tedeschi de' figliuoli di Cosimo III, si svolse rapidamente la distruzione della famiglia, il disfarsi, potremmo dire con Dante, ma questa volta non men precipitoso che irreparabile, il “disfarsi della schiatta„.

Che poi a que' due granducati di Cosimo II e di Ferdinando II, e a quella femminile reggenza, si congiunga con vicende così dolorose la storia del pensiero e dell'opera magnanima di Galileo; e che il nome di Cosimo a' satelliti di Giove, e quello di Cristina in fronte alla lettera per la libertà dell'indagine scientifica, non facciano se non aggravare la colpa dell'acquiescenza di Ferdinando al martirio e alla curiale persecuzione, fin oltre tomba, del divino filosofo; in ciò è forse la più grave condanna di tutto quel periodo mediceo: perchè, dinanzi alle tarde ma immanchevoli giustizie della umana coscienza, i meriti maggiori o i demeriti dei sovrani della terra, sono quelli che essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero. Avrebbe forse ammendate le vergogne di quella colpa la instaurazione, che, sotto i granducali auspicii fraterni, il dotto e buon principe Leopoldo sì validamente imprese, dell'Accademia del Cimento: e i nove anni, fino al 1667, che ella così onoratamente visse e operò, quasi raccogliendo sotto le sue insegne la combattuta scuola galileiana, riconducono invero sulla casa Medicea un raggio di quella gloria d'umani studi che Cosimo il vecchio, il magnifico Lorenzo e Leone pontefice avevano trasmesso in splendido legato ai loro discendenti; e in quel novennio, del secolo che la trionfale cultura francese segna del nome di Luigi XIV, si accoglie senza dubbio l'ultima collettiva energia intellettuale che da questo nostro angolo privilegiato di patria manda, a benefizio della civiltà, il genio d'Italia. Ma quando, mentre d'ogni intorno garrule e vaniloquenti sbucan fuori e prosperano Accademie d'ogni sorta e figura; e di lì a soli vent'anni, per frondeggiare su tutta la penisola, si matura l'Arcadia; quando invece vediamo il Cimento, questa sola Accademia scientifica, eletto e numerato drappello di non pregiudicati ricercatori del vero, inciampare sui primi passi; — e quel buon principe Leopoldo, col diventare il Cardinale necessario in famiglia, lo vediamo ritrarre la mano, come da alcun che di non più addicevole, da quella pur nobilissima opera sua, e col ritrarsi di quella mano l'Accademia del Cimento finire; finire, con pia sodisfazione del nipote Cosimo, che sta per essere granduca, e della nera congrega che lo circonda; — ci si addimostra ben chiaro, come anche di questa cosa buona il granducato mediceo non ebbe la forza, e che sulle pagine della sua storia, con la lode di quel che s'accinse a fare, rimane l'accusa e il biasimo di quel che avrebbe dovuto e potuto perseverare a fare, e non fece.

VI.

Ma e da quel che fece e da quel che non fece, pesa egual carico di biasimo sul penultimo dei sette granduchi, Cosimo III, che nella più lunga pur troppo di quelle signorie, lunga di oltre mezzo secolo dal 1670 al 1723, accompagnò e di propria mano sospinse il discendere in basso di tutto e di tutti; — politicamente, rinchiudendosi, dinanzi alle guerre prima di Austria e Luigi XIV, poi per la successione spagnuola, in una neutralità passiva e non patteggiata, che esponeva lui al discredito, e la misera sua Toscana a pagare le spese di quel rincantucciamento fuor dell'orbita degli interessi europei; — amministrativamente e moralmente, con l'avere eretto in sistema di governo il più goffo e irragionevole pietismo che mai abbia adulterate e disonestate le alte e feconde ispirazioni del principio religioso, e riducendo così tutta la vita civile ad una mostruosa parodia di convivenza monastica, sbanditone ogni libertà non che d'azione, non che di pensiero (pena, dal detto al fatto, la frusta, la berlina, la forca), ma pur di sentimenti e d'affetti e d'abitudini; sino al regolare, a norma d'editti e con pratiche inquisitorie, sanzionate spesso da violenze crudeli, non solamente la dieta ecclesiastica del magro e del grasso, ma le conversazioni, i matrimoni, l'uso della parrucca, il servizio dei domestici, il fare all'amore: nobilissime cure di governo, ch'egli alternava con la propaganda religiosa a quattrini contanti, pagando conversioni e battezzamenti, che, con meritata profanazione, erano spesso presi in burla da venturieri di questa novissima industria santimoniale messa al mondo da lui. Dai viaggi per molte regioni d'Europa, sebbene fatti in compagnia di valentuomini come Filippo Corsini o Lorenzo Magalotti, poco più altro ritrasse che il venirgli a noia la scienza, e il contrarne la fastosa burbanza di gran monarca; alla cui maestà l'aver potuto aggiungere, a competenza di Casa Savoia, il titolo d'Altezza Reale, fu una delle sue più segnalate imprese, insieme con l'altra di esser tornato dall'anno santo di Roma con la dignità di Canonico di San Pietro. Di quel non molto in che favorì alcune parti dell'umano sapere e i loro cultori, mal ci apporremmo a derivare la ispirazione da liberale moto d'animo culto, anzichè rintracciarne i motivi in considerazioni di personale interesse o sodisfazione; come nella familiarità col Magliabechi, che al servizio del principe metteva non la maravigliosa dottrina soltanto, ma la coscienza altresì; o col padre Segneri, del quale non so quanto, senza la tonaca del gesuita, avrebbe pregiato il signorile possesso dell'artificio oratorio e dell'idioma italiano; o col Redi, che gli tutelava lo stomaco e glielo afforzava per la vecchiaia; o col Micheli, la cui sapienza botanica impreziosiva i granducali giardini e gli arrubinava i fiaschi degli squisiti doni di Bacco che il medico poeta cantava; i fiaschi di buon Chianti, che esso Cosimo mandava a regalare ai coronati d'Europa, in una stessa spedizione col vocabolario della Crusca, per la terza volta rinnovato da una delle più valenti generazioni di quelli accademici. La qual paesana mescolanza di vino e di lingua, sangue l'uno e l'altro de' rispettivi organismi, il corpo e la nazione, sarebbe stata di buon augurio, se le vigne granducali non avesser prosperato, com'una cultura di stufa, in mezzo a regione squallida e depauperata; e se alla lingua di Dante e del popolo non fosse stato il nostro Vocabolario, per tutto un secolo dipoi, piuttosto deposito e tomba che riproduttivo vivaio; se la parola, più che lucida forma di pensiero e virtù alata d'affetto, non avesse finito quasi interamente con l'essere inerte materia frammentaria al congegno meccanico della frase; cosicchè quando dalle labbra d'uno di quei cruscanti cortigiani, che la natura avea fatto poeta, balza quasi inconsapevolmente il santo nome d'Italia, e da quel cuore buono scoppia il rimpiante della “funesta bellezza„ di lei, e delle cupidigie ladre straniere, e del fato indegno che la condanna “a servir sempre o vincitrice o vinta„, noi restiamo incerti se quella voce di Vincenzo Filicaia è l'eco di tempi anteriori, o il grido fatidico d'un lontano avvenire.

Dal matrimonio che dette alla Toscana l'ultimo granduca, ho accennato quali consolazioni avesse Cosimo: consolazioni le quali, anche dopo la o espulsione, che s'abbia a dire, o fuga, della moglie, gli continuarono nelle affannose sollecitudini dell'assicurare la successione con l'ammogliare il fratello e i due figliuoli (nè a lui affezionati nè egli a loro, perchè ambedue, come la madre, alieni dall'umor tenebroso paterno), e col maritare, sola a lui ben accetta, la figlia. E tutti e quattro senza buon resultato: a vuoto il fratello, scardinalatosi, Francesco Maria con la Gonzaga; — a vuoto, e premorto al padre, lo scapestrato e vizioso Ferdinando con la buona e infelice Violante di Baviera; — e pur finiti senza prole, dalla sua brutta e salvatica moglie di seconde nozze boema il successore Giangastone, e l'Anna che vedova dell'Elettor Palatino tornò poi a veder qui consumarsi ed esser trasferito nei Lorenesi il granducato mediceo: — in quei Lorenesi, del cui ducato, invece, se non era la pusillanimità di Cosimo III (che il Magalotti suo diplomatico sdegnosamente proverbiava), i patti di Nimega avrebber potuto incoronare un Medici; uno de' figliuoli datigli così di mala voglia da quella Orleanese, la cui madre era de' Lorena, e il cui primo amore, ossia il solo, era stato con un Lorena. Chi volesse in una rappresentazione scespiriana, intinta di tragico e di comico, drammatizzare la catastrofe di casa Medici, ne avrebbe, dalla venuta, regalmente festeggiata in Firenze, di Luisa d'Orléans fiorente di gioventù, di bellezza, di gaiezza francese, al suo ritorno in Parigi per esser rinchiusa nel convento di Montmartre moglie furibonda d'odio e di disprezzo, ne avrebbe il primo atto del dramma; — nel cui atto ultimo, il figliuolo di lei Giangastone si vedrebbe per le sale di palazzo Pitti, circondato da cortigiani innominabili; fra le brigate, salariate per l'orgia a un ruspo la settimana, de' suoi Ruspanti; in vedovanza volontaria, anzi entusiastica, della sua grossa castalda di Reichstat; trascinare incurante l'agonia del gran nome che pesa su quel corpo disfatto, su quell'anima, del resto non volgare, come brillante e acuto l'ingegno, alla quale mancò fino dai primi anni l'alito salubre della virtù domestica. Ma incurante, non è giusta parola. Un pensiero, un alto pensiero, ebbe Giangastone; lo ebbe lo stesso Cosimo III: e fu, lo credereste? la libertà fiorentina. Il pensiero che angustiava il lutto paterno del vecchio Cosimo pater patriæ, quando aggirandosi per le sale deserte del superbo suo palagio cittadino di via Larga, esclamava: “Questa è troppo gran casa a sì poca famiglia„; quel pensiero, ne' cuori, tanto l'un dall'altro diversi, de' due ultimi granduchi, si atteggiò al rammarico, forse al rimorso, che questa cittadinanza, ormai da tre secoli addivenuta d'una in altra forma l'appannaggio domestico d'un Medici, fosse destinata irreparabilmente a passare ad altre mani, chi sa quali! E allorchè i tentativi di rifar razza si videro l'uno dietro l'altro soggiacere alla sentenza inesorabile di tale destino; e che i vigilanti speculatori del mercato europeo dei popoli furono pronti ad evocare sul capo della nobile vittima di papa Clemente e di Carlo V la trista parola “feudo dell'Impero„; i diritti, dinanzi a Dio non prescritti, della libertà fiorentina, ebbero difensori, per vie diplomatiche e giuridiche, i due ultimi granduchi medicei. In quel dramma, che dicevo possibile, degli ultimi Medici, la scena di queste proteste non mancherebbe di tragica dignità: ma il cosiddetto Senato fiorentino che lamentosamente le accompagna, intonando la propria alla voce senile del principato morituro, farebbe le parti d'un coro piuttosto di Aristofane che d'Eschilo.

Del resto, la gaia reazione che i quattordici anni di regno di Giangastone, dal 1723 suo cinquantaduesimo, portarono nella vita fiorentina, fu, più che altro (salvo qualche utile rivendicamento della potestà civile), una mutazione di scena. Dall'acre bigotteria di Cosimo III al dissoluto cinismo del figliuolo, Firenze compì tranquillamente in sè stessa la distruzione d'ogni morale energia, preparando docile materia alle riforme legislative che poi formarono il vanto de' primi sovrani lorenesi. Dal 1718 al 1735, pe' trattati di Londra, di Cambray, di Siviglia, dell'Aia, la Toscana di Cosimo e di Giangastone fu maneggiata e rimaneggiata secondo gl'interessi di Spagna, d'Austria, di Francia; passò in anticipazione dalle mani dell'infante Carlo a quelle di Francesco duca di Lorena; ricevè guarnigioni spagnuole, per cambiarle poi con tedesche; e nelle mani di questi, alla morte di Giangastone il 9 luglio 1737, rimase. Ombra medicea accanto al nuovo trono lorenese, restò ancora per sei anni la figliuola di Cosimo, la vedova Elettrice Palatina. E poi tutta la prima dinastia de' Granduchi di Toscana fu adagiata nei sotterranei di San Lorenzo.