Che il morir per sua mano era dolcezza.

Onde talor tra me dicea: se il fato

Mi riducesse a dover questa rea

Morte soffrire, io morirei beato.

Il volumetto satirico ebbe un successo clamoroso e per varie settimane in tutti i salotti, in tutti i caffè di Napoli e per fino a Corte si rise sulle spalle del povero avvocato Giannantonio Sergio e dei suoi accademici, tanto che costoro, adiratissimi, ricorsero al Re. Allora il Galiani ed il Carcani, temendo di venire scoverti, nulla trovarono di meglio da fare che di presentarsi al Tanucci e di confessarglisi autori del libriccino incriminato, ed il buon ministro, che aveva anche lui riso alla lettura della gustosa parodia e che di lì a qualche anno dei due mordaci giovanotti doveva fare due dei più fidi coadiutori della sua politica, si accontentò di imporre loro, per tutta punizione, dieci giorni di esercizii spirituali, da farsi in non so più quale monastero.

Compiuta questa vendettuccia letteraria, il Galiani ritornò subito agli studi serii e l'anno seguente pubblicava, senza nome di autore, un trattato in cinque libri “ Della moneta „, il quale levò a rumore il mondo dei dotti e degli statisti e per la novità e per l'importanza e, sopratutto, per l'attualità del tema prescelto. In quel tempo, difatti, la straordinaria affluenza dei forestieri in Napoli ed il denaro in oro ed in argento mandatovi in gran copia dalla Spagna avevano prodotto eccesso e deprezzamento del numerario ed in conseguenza carezza delle derrate, del che il Governo impensierito aveva proposto varii rimedi l'uno più inefficace dell'altro. Quest'opera del Galiani, composta con mirabile lucidità d'idee, con superiore larghezza e novità di criterii e con prezioso senso pratico, è diventata classica nell'economia politica e varie delle sue definizioni hanno avuto l'onore di venire accolte perfino da Carlo Marx, il poderoso apostolo del moderno socialismo. Ed è davvero da stupire che sia stata concepita e scritta da un giovane poco più che ventenne, anche ammettendo ch'egli si sia giovato non poco delle conversazioni avute sull'argomento con l'Intieri, con Antonio Genovesi e con gli altri valorosi economisti che frequentavano la casa di suo zio.

Il trattato della moneta levò dunque rumore grandissimo e venne entusiasticamente encomiato non soltanto a Napoli, ma eziandio nel resto d'Italia; vivo era quindi in tutti il desiderio di sapere chi ne fosse l'autore, giacchè il Galiani non si svelò che quando fu ben sicuro dello schietto successo dell'opera sua. Anzi, a tal proposito, il diligente suo biografo, Luigi Diodati, racconta che avendo Ferdinando dovuto farne lettura a monsignore Galiani, come soleva degli altri libri nuovi nelle ore di riposo, costui ogni tanto, preso da ammirazione, lo rimproverava dolcemente: “Ecco ciò che significa lavorare con serietà; ecco l'esempio da seguire, invece di sprecare il tempo scribacchiando satire e poesiole!„ Lascio immaginare a voi la gioia provata dal buon vecchio quando seppe che l'autore del tanto ammirato e lodato volume era proprio il nipote.

Da quel momento Ferdinando Galiani, tenuto in alta stima da tutti gli studiosi d'Italia, acquistò tale celebrità che, allorquando l'anno seguente, lo zio lo indusse a fare un viaggio attraverso la nostra penisola, egli fu dovunque festeggiatissimo e colmato d'onori. A Roma, Papa Lambertini lo riceve e gli parla con la maggiore benevolenza e simpatia, mostrando di aver letto così il suo opuscoletto satirico come il suo trattato economico; a Firenze vien nominato socio dell'Accademia della Crusca; a Padova è accolto a braccia aperte dal Morgagni; a Torino, Carlo Emanuele III e suo figlio Vittorio Amedeo intrattengonsi a lungo con lui a discutere sulla questione della moneta.

Di ritorno a Napoli, il Galiani scrisse alcuni altri opuscoli, quali serii, quali giocosi, ma su di essi credo invero superfluo soffermarmi, accontentandomi di osservare che essi contribuirono a confermare sempre più la sua fama di uomo dotto e di persona di spirito ed a procurargli la protezione ed i preziosi favori di principi e ministri dentro e fuori del regno di Napoli.

Voglio soltanto ricordare che avendo egli, pel primo, raccolto 141 differenti specie di pietre vesuviane, le spedì, accompagnate da una elegante dissertazione, a Benedetto XIV, in sei cassette, sulla prima delle quali scrisse a grossi caratteri le seguenti parole del Vangelo: “ Beatissime Pater, fac ut lapides isti panes fiant. „ Il Pontefice ammirò molto la collezione, di cui fece dono al Museo di Bologna, e, per mostrare di aver compreso il suggestivo latino galianesco, conferì al giovine ed accorto abatino napoletano il beneficio della Canonica di Amalfi, che dava la rendita di 400 ducati all'anno, favore di cui tre anni dopo il Galiani disobbligavasi scrivendo per la morte del suo protettore un'eloquente ed affettuosa orazione funebre.