Qui guérirez mes maux mieux qu'un autre Hippocrate,
Vous êtes pour mon cœur come un julep futur,
Qui doit le nettoyer de ce qu'il a d'impur:
Mon hymen avec vous est un sûr émétique
Et je vous prends enfin pur mon dernier topique.
E così buffonescamente continua per un bel pezzo, finchè.... Io non so neanche di che parole servirmi.... Proviamoci. Aspettando il giulebbe d'Isabella e l'emetico d'Imene, Geronte ha dovuto, intanto, ingurgitare altri rimedi. Ora vorrebbe rimanere vicino alla fidanzata.... ma.... No, no, lasciamolo andare e non parliamo più nè del Regnard nè di lui.
E vi fan ridere anche i Francesi modernissimi del Palais Royal e delle Varietés; ma, al solito, come? Introducendo sulla scena i personaggi più strambi, accatastando accidenti sopra accidenti, equivoci sopra equivoci, episodi sopra episodi, l'uno più inverosimile dell'altro; inzeppando il dialogo di facezie argute qualche volta, scempiate non di rado, e di quei doppi sensi che sono, secondo il Vauvenargues, l'esprit de ceux qui n'en ont pas. Nulla di ciò nel Goldoni che vi mostra invece il naturale contegno di personaggi umani, che rappresenta fatti non pur verosimili ma quotidiani, che di rado s'industria a smovere il riso con arguzie artificiosamente incastrate nel dialogo.
V.
Per la fecondità de' motivi comici, ripeto, il Goldoni è grandissimo: perchè a far piangere dalla scena anche scrittori mediocri talora riescono; certi fatti pietosi che narrati, per esempio, da un giornale non commovono nessuno, portati sul palco scenico provocano nella platea e ne' palchi lacrime schiette e tossi dissimulatrici. Gente che ha letto cento volte a occhi asciutti la storia della rivoluzione, piange al veder sulla scena il Santerre rapire il Delfino a Maria Antonietta. Di donne, di bambini lasciati in squallido abbandono da' mariti e da' padri incalliti nella crapula, si sente parlare ogni giorno; ma nessuno, pur commiserandoli, tira fuori il fazzoletto di tasca. Ma chi sa dirmi quante migliaia di fazzoletti si bagnarono per i simili casi di Maria Giovanna, la protagonista di un dramma, quanto all'arte mediocrissimo, del Dennery?
Altro è quando si tratta di comico: il perchè si pianga s'intende; non sempre invece il perchè si rida. Che cos'è questo riso?, domandava Cicerone a sè stesso. In qual modo si provoca? Qual'è la natura sua? Perchè scoppia a un tratto senza che a noi sia possibile il trattenerlo? E conchiudeva così, come si può conchiudere anche oggi dopo che tanti — e ieri stesso il Melinand nella Revue des deux mondes, — si affaticarono a rispondergli: “Io non mi vergogno di non lo sapere, nè lo sanno coloro che si arrogano di spiegarmelo: ne ipsi sciunt qui pollicentur.„[6]