Conte. Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal fatta. Sono sei mesi che le è morto il padre. Una giovane sola alla testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me se si marita le ho promesso trecento scudi.

Mar. Se si mariterà, io sono il suo protettore e farò io.... E so io quello che farò.

Conte. Venite qui finiamola, facciamola da buoni amici. Diamole trecento scudi per uno.

Mar. Quel ch'io faccio lo faccio segretamente e non me ne vanto. Sono chi sono. Chi è di là?

Conte. (Spiantato e superbo!).

Con questa scena che non dura più di tre minuti il Goldoni porta di lancio il pubblico in medias res. I due gentiluomini sono innamorati della locandiera e se la contendono non a buon fine, perocchè loro non spiaccia ch'ella si mariti: anzi il matrimonio aiuteranno quegli spendendo e spandendo, questi, con signorile ma parsimoniosa alterezza, ricoverando i coniugi sotto le ali della sua protezione; e dietro a loro spunta quel Fabrizio che già s'immagina entri anch'egli in lizza a contendere, se non palesemente accetto, certo non disprezzato. Ancora una scena breve altrettanto col cavaliere di Ripafratta, e il Goldoni avrà già steso le fila che poi aggomitolerà e scioglierà con disinvolta maestria.

E ciò, che è pur tanto, è ancor poco. In quella scena brevissima egli ha disegnato e colorito due figure, così vive e vere che non vi usciran più dalla mente, come non usciranno per un secolo dal teatro:

Il nobile guitto

Che senza un quattrino

Ostenta il diritto