E non dubito parimenti di affermare che anche sul suo teatro tragico il tempo ha esercitato l'opera sua di distruzione. Ma questo è un fatto d'un ordine molto differente. Sì, è vero: il teatro di Vittorio Alfieri non ha più da lunga pezza la notorietà e la popolarità che ebbe un tempo. Se non è il caso che qualche attore meraviglioso evochi le figure di Saul o di Filippo, esse non compaiono più sulle nostre scene. Anche il buon popolo, questo strato profondo nel quale pareva così durevolmente penetrato lo spirito tragico di Vittorio Alfieri, anche questo ultimo suo cliente domenicale dei teatri diurni, a poco a poco lo ha abbandonato. Oggi il popolino nostro preferisce di commuoversi alle peripezie di Nanà e di piangere tutte le sue lagrime ai dolori della Signora dalle Camelie! Ma questo, o signore, è fato comune. L'opera teatrale ha in sè stessa uno spirito d'arte che può renderla eterna; ma ha nello stesso tempo una ragione di caducità, che, dopo un breve periodo, la toglie irremissibilmente alle pubbliche scene. Chi pensa oggi a rappresentare i capolavori di Eschilo, di Sofocle e di Euripide? E del grande teatro francese non è avvenuto lo stesso? Se non ci fosse a Parigi un'istituzione fondata apposta per tener vive le rappresentazioni di certi capolavori, quante volte credete voi che a Parigi si rappresenterebbero il Cid, la Fedra, il Misantropo? Rimane, meravigliosa eccezione, il teatro di Guglielmo Shakespeare. Ma anche sul conto del sommo tragico inglese ho un'idea che voglio manifestarvi. Suol dirsi che lo Shakespeare non passa sulla scena perchè solo ne' suoi personaggi è espresso l'uomo eterno. Esagerazione! L'uomo eterno è anche in Filottete, in Rodrigo, in Alceste. Io credo che il tragico inglese stia ora beneficiando il lungo e immeritatissimo oblio nel quale l'Europa l'ha tenuto per più di due secoli. Ma venendo al fatto, quanti drammi di Shakespeare tengono ancora la scena, fra i tanti che ne compose? Cinque o sei a dir molto; e per giunta ridotti; ed è tutt'altro che improbabile che anche questi pochi col tempo vengano messi in disparte. Questo non toglierà naturalmente nè al Re Lear, nè all' Amleto, nè al Macbeth di essere dei meravigliosi capolavori e di venire per tali ammirati da quanti con animo capace li leggeranno.
Ma venendo un poco più presso al nostro argomento, io mi son domandato più volte: Le critiche fatte al teatro di Vittorio Alfieri in quale categoria dobbiamo noi collocarle? Hanno ragione per esempio i due Schlegel e Madama di Staël che lo considerano come un autore tragico convenzionale, freddo, fuori della vita? Ebbe ragione il Lamartine quando con quella sua consueta superficialità di critica lo chiamò “un Seneca senza Roma?„
Per essere almeno fortemente dubitosi che questi signori avessero ragione, bisognerebbe che fossimo certi che, leggendo l'Alfieri, essi lo hanno ben capito. Ora, essendochè anche per noi italiani l'Alfieri è circondato di molta oscurità ed è anzi a ragione censurato di questo; e considerando che, se vi è autore drammatico che sfugga gli apparati esteriori e che tutto il valor suo concentri nell'intima significazione del soggetto per virtù dello stile è appunto l'Alfieri, e che quindi per arrivare fino a lui fa d'uopo possedere tutte le più sincere e più complete ragioni della critica, permettetemi, o signore, di non credermi irriverente se dubito che i due Schlegel e madame di Staël e il Lamartine conoscessero abbastanza l'Alfieri per poterlo sicuramente giudicare.
III.
Noi, per giudicare bene l'Alfieri tragico, dobbiamo anzitutto ricercare quale idea egli si fosse formata della tragedia prima di accingersi a comporne; e da quali concetti e sentimenti egli fosse accompagnato nello svolgere la serie delle sue composizioni tragiche. Per intendere questo fa d'uopo tornare alla sua vita.
Abbiamo accennato come egli venne su e quanto poco studiasse nell'infanzia e nella adolescenza. Confessa egli stesso che “sdegnò ogni studio.„ Ma ferveva in lui il bisogno del sapere. Di tanto in tanto gli balenava il fantasma luminoso e attraente della gloria; talvolta anche era preso da un'indicibile vergogna della propria ignoranza; e allora pareva che due uomini lottassero aspramente dentro di lui. In sostanza la sua è una educazione letteraria che comincia tardi e procede malissimo; cioè confusa, interrotta, a sbalzi, per colpi di sorpresa e per impeti di entusiasmi subitanei e fortuiti. Per esempio: oggi gli capita in mano Plutarco, ed ecco che lo investe il desiderio di celebrare gli uomini meravigliosi dei quali ammira le gesta; domani legge la canzone Alla Fortuna di Alessandro Guidi, s'esalta, s'infiamma, si dibatte sul proprio divano, tanto che è costretto ad interrompere la lettura; e giura che ode suonare dentro di sè una voce che gl'impone d'esser poeta.
Così di mano in mano la sua vita passa sempre fra queste scoperte, fra questi subiti entusiasmi. Oggi è Sallustio che lo attrae, domani sarà Tito Livio, che un impiegato gl'impresta nel viaggio interrotto da Sarzana a Firenze; più tardi, a Siena, sarà Macchiavelli quando l'amico Gori gli metterà per la prima volta nelle mani un esemplare delle opere del segretario fiorentino.
Ed ogni volta che fa di queste scoperte, ecco che si rinnovano questi abbandoni completi del suo animo ad un'ammirazione sconfinata, assoluta e del tutto libera da ogni temperamento e da ogni governo della critica. Così sull'ultimo limite della sua vita, a cinquant'anni, quando nessuno di noi oserebbe pensarci, si mette a studiare il greco, ed essendo riuscito colla ferrea forza del volere a superare anche questa volta ogni ostacolo, ne diventa tanto glorioso che fonda l'ordine del divino Omero e crea sè stesso primo cavaliere di quell'ordine.
Insomma, se devo tutto rendere con un immagine, a me Vittorio Alfieri dà l'idea d'un eterno studente di rettorica. Per aver cominciato ad esserlo tardi, egli è costretto ad esserlo per tutta la vita.
Questo singolare e forse unico procedimento educativo doveva avere ed ebbe delle conseguenze gravissime. Vittorio Alfieri — l'eterno studente — della tradizione e della autorità classica non dubita mai. Sotto questo aspetto chi guarda nell'animo suo trova una grande somiglianza con quei primi umanisti del nostro Rinascimento i quali accoglievano con una venerazione incondizionata tutto quello che veniva dalla sacra antichità. Infatti in Alfieri ciò che sorprende anzitutto è la sua assoluta mancanza di ogni senso critico tutte le volte che egli si trova di fronte a un classico. Questo tanto più ci meraviglia se pensiamo ch'egli visse in mezzo a tanta espansione e libertà di critica. In quell'epoca la Francia aveva il suo Diderot, la Germania il suo Lessing, e l'Italia il suo Baretti per tacere di tanti altri. In mezzo a tutti questi uomini che esaminano liberamente l'antichità, la discutono, la negano anche, Vittorio Alfieri non sa che adorare. Egli, così libero in tutto il resto, qui è sempre entusiasticamente devoto e sottomesso; e fa soprattutto meraviglia vedere come a lui manchi quel senso e quel criterio di graduazione, senza del quale è impossibile la verità dei giudizi. Egli dice indifferentemente “ il divino Sallustio, il divino Tacito „ come dice “ il divino Omero, il divino Dante.„ Quest'ammirazione che io direi monometrica dell'Alfieri ebbe certo una grande influenza sul modo che egli adoperò nel concepire la tragedia. Ricordiamo ancora che Vittorio Alfieri fu un conte democratico, odiatore di tiranni se mai ce ne furono. Ma come fu un patrizio democratico, così io direi che tenne molto ad essere un poeta patrizio. Tutto quello ch'egli aveva conceduto di buon grado, spinto dall'animo suo generoso e filantropico, nel campo dell'araldica, lo voleva riconquistare nel campo delle lettere; e fu, in sostanza, il poeta più rigidamente aristocratico che potesse immaginarsi.