La questione non tardò ad imporsi alle deliberazioni del Senato, nel quale, al principio del 1793, ventilaronsi due partiti. Francesco Pesaro, procuratore di San Marco, sostenne vigorosamente la necessità di armarsi, pur proclamando la neutralità. “Se Venezia non s'arma„ esclamò egli con vivo presentimento dell'avvenire “Venezia è perduta.... credete voi di poter evitare la guerra, perchè ne avrete trascurati i preparativi?... la perfidia non ha mai cercato invano dei pretesti.... circondati d'armi da tutte le parti, la spada sola può tracciarsi un cammino verso la pace.„ Gli rispose un membro del Consiglio dei Savj, Zaccaria Vallaresso, e il suo discorso persuase fatalmente i patrizi ad accogliere la politica della neutralità disarmata.

Quel discorso era un tessuto di ipotesi, cucito con abili frasi. La Francia aveva appena invaso il territorio di Nizza e della Savoja. Si sarebbe trovata di fronte a due potenze militari, il Piemonte e l'Austria, che le avrebbero certamente impedito di avanzarsi. D'altronde, lo stato interno della Francia era troppo violento perchè potesse durare; una reazione in senso monarchico era imminente. Una volta armata, Venezia avrebbe reso più intensi gli sforzi delle potenze belligeranti, per avvincerla a sè; non avrebbe potuto sottrarsi alla seduzione di stare cogli uni o cogli altri; sarebbe troppo deplorabile la condizione umana se, quando la guerra scoppia sopra un punto del globo, il mondo intero dovesse correre alle armi.... si deve qualche cosa all'umanità, all'innocenza, alla giustizia.... e via dicendo.

Sofismi; ma sofismi atti a far breccia in animi fiacchi; ed era fiacca pur troppo l'assemblea innanzi a cui venivano pronunciati; era fiacco l'ambiente in mezzo a cui quell'assemblea deliberava; era fiacco il principe, a cui dovevano metter capo quelle responsabilità, l'ultimo Doge eletto nel 1789, Lodovico Manin.

Così s'erano disegnati in Venezia i tre capi delle frazioni politiche, destinate a seppellire, colle loro discordie, la secolare Repubblica: Giorgio Pisani, vessillifero delle idee popolari e riformatrici; Francesco Pesaro, interprete dell'antica energia conservatrice e previdente; Zaccaria Vallaresso, oratore dei retori, dei gaudenti, degli spensierati.

Era appena presa questa infausta decisione che i sintomi del pericolo romoreggiavano sul capo della Repubblica.

Il Querini da Parigi e il Grimani da Vienna avvertivano delle proposte già fatte dal Direttorio francese al governo austriaco, per la cessione a quest'ultimo di alcune provincie venete di terra ferma. L'agnello offriva il suo collo; diventava facile sgozzarlo, o almeno tosarlo. Cominciata la campagna del 1796, il Senato veneto lasciò sfuggirsi un'altra occasione di riparare alla sua colpevole imprevidenza. E l'occasione — singolare presagio dei tempi — gli veniva proprio da quella potenza che, settant'anni dopo, vincendo a Sadowa, avrebbe rotto per Venezia il fatale destino di Campoformio. Il barone di Hardenberg, primo ministro del re di Prussia, faceva dire all'ambasciatore veneziano in Parigi che se Venezia avesse voluto allearsi colla Prussia, colla quale nessun conflitto d'interessi era possibile, “la Prussia si sarebbe opposta con efficacia agli ambiziosi disegni dell'Austria ed avrebbe garantita l'integrità del territorio veneto.„

La fatalità trascinava il Governo repubblicano, ostinato a cercare la salute in quell'isolamento che non era indipendenza.

E intanto erano avvenute le prime battaglie del 1796, e la guerra s'avvicinava, indietreggiando, alle provincie di terra ferma. Il generale Bonaparte, più esigente del suo Direttorio, credette scorgere nel contegno della Repubblica una diffidenza verso il genio della vittoria ch'egli personificava, e fermò nella profonda mente il disegno di sopprimerne la secolare esistenza. Non lo nascose uno de' suoi intimi, il colonnello Beaupoil, il quale diceva, fin da Verona, che “quatorze siècles d'existence devaient suffire à la république„.

I pretesti cominciarono per la presenza sul territorio veneto del conte di Lilla, chè tal nome aveva preso nell'emigrazione il pretendente al trono di Francia, il futuro Luigi XVIII. In onta alle sue antiche tradizioni d'asilo, Venezia dovette sacrificare l'esule ai reclami del Direttorio e alle intimazioni del suo generale.

Poi, sopravvennero subito le difficoltà pratiche della neutralità disarmata. Impotente a respingere così i vinti come i vincitori, la Repubblica non potè negare il passaggio alle truppe austriache, nella loro ritirata verso il Tirolo. Bonaparte, irritato, fece subito occupare Brescia, poi Bergamo; il generale austriaco, per rappresaglia, pose guarnigione a Peschiera; Bonaparte rispose, impadronendosi di Verona. Il Senato veneto strepitava, il Querini reclamava a Parigi, il provveditor Foscarini si presentava al quartier generale dell'esercito francese. Ma ormai tutta la guerra si faceva sul territorio veneto, ne ed era possibile deviarla; Bonaparte rispondeva al Foscarini in tono altezzoso e coll'offerta ironica di mandare le sue truppe a difendere la libertà di Venezia; il Direttorio faceva offrire al Doge un trattato d'alleanza che, in tali condizioni, assumeva l'aspetto d'un trattato di servitù; e negli intimi colloqui il patrizio Querini si sentiva proporre dagli affaristi del Direttorio, che con cinque milioni dati per le spese di guerra e settecento mila lire sborsate al direttore Barras, si sarebbero potuti ottenere dal governo francese dei dispacci che fermassero il generale Bonaparte ne' suoi disegni di distruzione.