La necessità e l’urgenza di opportuni provvedimenti che dalla Sicilia si estendessero a tutta la penisola ed alla infelicissima tra le sue regioni, la Sardegna, emergevano evidenti dalle discussioni parlamentari del 1894, continuate ed allargate successivamente.

Furono gli ardenti unitari come Fortunato, Imbriani, ecc., che insistettero nel dimostrare che il disagio che affliggeva le popolazioni al di là dello Stretto, imperversava del pari in tutto il resto del regno. Era vero; ed erravasi soltanto affermando che in Sicilia il malessere non avesse caratteri particolari, che lo rendevano più sensibile.

Qualche cosa si fece per la Sicilia — utilissima l’abolizione del dazio di uscita sui zolfi, che permise la costituzione dell’Anglo-Siciliana; e ciò, in parte, spiega la tranquillità del 1898 di alcune provincie. Ma le condizioni peggiorarono nella penisola, o almeno non furono sensibilmente alleviate. Era prevedibile quindi, e fu previsto, che le manifestazioni del disagio, dovunque non ne erano state rimosse o attenuate le cause, dovessero presentarsi o continuare. La scintilla, perciò, che nel 1892-93, poco mancò non divenisse grande incendio in Sicilia, varcò lo stretto negli anni successivi.

Dal 1894 a tutto il 1897, in corrispondenza della varietà delle condizioni economiche, politiche, morali e intellettuali, che è propria delle diverse regioni d’Italia — fatta federale dalla natura e dalla storia — i segni del malessere profondo sono differenti nel mezzogiorno, nel centro e nel settentrione.

Mentre in Sicilia, nel Napoletano, nel Lazio si tumultua, s’incendiano le case comunali, gli uffici daziari al grido Viva il Re e si continua ad eleggere quei deputati e quei consiglieri provinciali e comunali, cui si attribuiscono i malanni contro i quali si sollevano; nel Piemonte, in Lombardia, nella Emilia, ecc., — regioni dalla maggiore coltura intellettuale e politica e dall’industria maggiormente sviluppata — la protesta assume forme e caratteri moderni e civili: le sofferenze dei lavoratori si traducono in iscioperi, in elezioni di consiglieri e deputati repubblicani, socialisti ed anche conservatori nel senso buono — appartenenti, cioè, a quel gruppo, che fa capo all’onor. Colombo e che da anni domanda un mutamento d’indirizzo nella politica e nell’amministrazione dello Stato.

La storia di questi scioperi — parzialmente illustrati con metodo positivo dall’Einaudi — e di queste elezioni come prodotto del malcontento e del disagio è ancora da farsi e deve mettersi in chiaro l’anomalia del buon successo degli scioperi agricoli a preferenza di quelli industriali. È certo, però, che i governanti, di fronte a queste proteste civili e moderne, tennero un contegno incivile e disumano: non seppero che applicare l’art. 247 ed altri analoghi articoli del Codice penale — che in Italia stanno a fare le veci del picketing inglese! — ricorrere alla violenza ed organizzare la concorrenza nel lavoro dei soldati a benefizio dei capitalisti. Questi esempi, che venivano dall’alto dovevano consigliare i lavoratori dall’affidarsi ai mezzi legali e convincerli, al contrario, che essi non potevano sperare salvezza e miglioramento se non dall’uso della forza brutale.[5]

Si accenna appena a queste manifestazioni legali del disagio illegalmente represse dal governo che sotto Di Rudinì volle acquistare fama non bella a Molinella, come altri se l’aveva assicurata tristissima a Conselice; e si è anche costretti a sorvolare sulla inattesa agitazione agraria delli Castelli Romani — inframescata di violenze, di ferimenti, di arresti e di processi; ma tanto legittima nelle sue cause da accapparrarsi le simpatie e la benevolenza degli ufficiosi del tempo — l’està del 1897 — e di alcuni rappresentanti del potere politico: Bonerba ispettore di Pubblica Sicurezza e Marchese Cassis ispettore generale al ministero dell’interno. È tutto dire! Si fa una semplice menzione della grande manifestazione di Roma contro la ricchezza mobile, che ebbe il suo epilogo tragico in Piazza Navona; e la si ricorda particolarmente: da un lato perchè sintomatica del generale malcontento della borghesia; dall’altro perchè segna la sua illogica e contradditoria condotta. Questa borghesia, infatti, che fa le elezioni, che ha in mano le redini del governo e vuole la politica dispendiosa, ha perduto il diritto di protestare contro la soverchia gravezza delle imposte: se vuole gli obbiettivi dei megalomani deve somministrare i mezzi per conseguirli.

Si sorpassa su tutte queste manifestazioni che si svolsero dal gennaio 1894 al maggio 1898 che rappresentano gli anelli della catena interminabile del malcontento e che sono degnissime dello studio dello psicologo politico, per venire a quella che rimarrà lugubremente celebre negli annali nostri come la protesta dello stomaco.

La protesta dello stomaco per un momento ridà all’Italia una unità di sentimenti, che le mancava da anni parecchi; la protesta dello stomaco assegna al nostro paese un posto speciale, perchè vide riprodurre fenomeni che non si credevano più possibili nella civile Europa occidentale in questo scorcio di secolo. Infatti solo da noi si ebbero i tumulti per carestia, per fame, per cause che agirono egualmente presso gli Stati del vecchio continente, ma senza produrre gli effetti dolorosi, che rimangono propri ed esclusivi dell’Italia.

III. LA CRONACA SANGUINOSA