— Dimostratissima. I suoi quaderni erano pieni di sgorbi.

— Di sgorbi?

— Voglio dire.... sai bene.... i primi tentativi.... Già anche Raffaello avrà incominciato così. Ars longa. Quel Raffaello che pittore!

Il signor Pompeo si lisciò i cespugli del mento inarcando le ciglia e sollevandosi sulla punta dei piedi perchè gli sembrava che la folla lo nascondesse troppo. Si avanzava difatti un gruppo di giovani che dalle corte casacche e dai larghi cappelli apparivano allievi della scuola di pittura: si avanzavano circondando rispettosamente un signore alto, corpulento, ben vestito, il quale procedeva in mezzo a loro nè più nè meno che Gesù fra gli apostoli, predicando il verbo con una voce volontariamente affiochita per non attirare l'attenzione dei profani, esprimendo giudizi brevi, recisi, che si limitavano qualche volta ad una crollata di spalle o ad un peuh! sdegnoso, accolti dalla turba devota con umile deferenza, con rossori e pallori improvvisi che dimostravano l'alta influenza del personaggio.

— È il commendatore professore X — susurrò piano il critico d'arte all'orecchio del signor Pompeo, — vado a sentire che cosa dice.

Facendo subito seguire l'atto alle parole il critico d'arte si cacciò così bene nel crocchio che la sua esile persona di giovinetto stremenzito non apparve più, tra le falde del commendatore e i cappelli degli allievi, che a guisa di un uccelletto saltellante in cerca di becchime.

Dietro le spalle del signor Pompeo entravano intanto senza che egli se ne avvedesse, le signorine Lamberti. Graziose, eleganti, severamente distinte, erano molto guardate sempre dovunque si recassero, ma più che le loro persone si imponeva l'aureola del loro nome. Muta da tanti anni la voce di Gentile Lamberti echeggiava ancora nei cuori che aveva fatto palpitare per quel privilegio che hanno certe anime ardenti di prolungare la loro vita oltre i confini della materia; ed accadeva spesso alle fanciulle di udir mormorare sul loro passaggio: “Sono le figlie di Gentile Lamberti„ con un accento di simpatia rispettosa che faceva vibrare profondamente il cuore di Anna e schiudere sui labbri di Elvira un sorriso di vanità soddisfatta.

La curiosità del premio e le polemiche che lo avevano preceduto attiravano quel giorno alla Esposizione una folla grandissima. Per le sale, dove si circolava a stento, il caldo era insopportabile. Un'afa impregnata di migliaia di esalazioni, corrotta da microbi invisibili, nauseabonda nel suo odore fondamentale che inutilmente veniva a tratti a tratti interrotto dalla presenza di qualche profumata signora, gravava su tutte quelle persone raccolte. I velari di tela bianca distesi a mezza volta per regolare la luce contribuivano a restringere lo spazio, imprigionando l'aria, rendendola vieppiù soffocante e irrespirabile. In quella atmosfera lattea, uniforme, la folla si pigiava più intontita che allettata, ricevendo nella retina degli occhi un'impressione confusa di colori che per la maggioranza si risolveva in una leggera emicrania: scossa tratto tratto da un soggetto impressionante, da una arditezza nuova di esecuzione che le traeva esclamazioni derisorie e faceva correre ratte le facezie di bocca in bocca, ma riprendendo quasi subito il suo andare pesante e rassegnato di branco umano davanti alla sfilata interminabile dei quadri.

— Fa troppo caldo, — disse Elvira.

Le due sorelle erano ansiose di sapere se la premiazione fosse già stata fatta. Non guardavano nulla e nessuno, seguendo docilmente la folla, intente solo a rintracciare Flavio. Una grossa famiglia borghese composta di tre generazioni, tutte ferme davanti ad una tela intitolata La stiratrice le arrestò contro lor voglia per qualche minuto.