Una voce soavissima, una voce di donna angelicata benchè tremante fra le lagrime, pregò con indicibile commozione:
— Non oggi! non oggi!
E temendo forse che la parola non bastasse, l'incognita aggiunse il gesto supplice delle mani congiunte verso l'uomo che già aveva varcata la soglia, seguendolo per ottenerne una promessa di clemenza. Fu allora che ella scorse il fanciullo rattrappito e tremante nell'angolo della scala.
— Flavio! Poverino, che fai qui?
Se lo attirò fra le braccia dolcemente materne e trovandolo intirizzito ne strinse il volto contro il proprio petto con un movimento rapido e lieve, ripetendo: — Poverino!
Flavio si sentì salvato.
Non molto ampia, modesta, coll'intonaco di un bigio caldo che le dava un aspetto vivente quasi di persona, la casa che i Lamberti abitavano da oltre mezzo secolo riuniva tutti i caratteri delle vecchie case, signorili senza sfarzo, costruite con quel sentimento dell'interno che faceva disprezzare ogni pompa, che teneva la porta non più alta del necessario ma discretamente larga perchè la carrozza padronale vi potesse entrare comodamente e che si accontentava di due piani ampiamente soleggiati. Il primo proprietario — un cadetto di nobile famiglia — vi aveva conferito, ad onta dei mezzi limitati, il suggello di distinzione della sua razza e tale suggello si era conservato inalterato attraverso le peripezie delle successioni.
La piccola casa nella via deserta, nel quartiere eccentrico, non aveva destato le cupidigie dei nuovi arricchiti; nessuno aveva mai pensato che si potesse trasformarla in un piramidale palazzo moderno e così come si trovava, senza caloriferi, senza alcuna delle moderne ricercatezze, nessuna signora elegante avrebbe voluto abitarvi.
Era passata per tal modo chetamente di eredità in eredità a gente dignitosa ed oscura che non ne aveva alterato un solo aspetto, lasciando che il grosso fico spadroneggiasse nell'angolo del cortile, che l'erba crescesse fra il rado acciottolato, che una patina nera incrostasse i riccioloni barocchi della scala d'onore e del terrazzo sul quale tutte le piante possibili crescevano a primavera invadendo muri, finestre, embrici, con una prepotenza secolare che era diventata diritto. Le gronde ai tetti, foggiate in forma di draghi che vuotavano a torrentelli nella strada le pioggie raccolte, erano scomparse solamente in seguito al divieto formale del municipio, non senza aver tentato qualche resistenza. Sembrava che tutta la casa, tutto ciò che vi apparteneva, fosse tenuto insieme da un legame invisibile ma tenace che non voleva cedere alla invasione dei tempi nuovi. I proprietari stessi non erano riusciti ad appiccicarvi il loro nome; in tutta la parrocchia di Sant'Ambrogio si diceva la casa del marchese senz'altro. La casa del marchese da pochi anni appena era anche conosciuta col nome di casa dei Lamberti, quantunque i Lamberti non ne fossero proprietari, ma era questo un miracolo di Gentile Lamberti che solo era apparso degno di sostituire il suo nome venerato ad uno tradizionale che durava da secoli.
Già fin dall'esterno, in una rigonfiatura del muro che alterava la linea della facciata insistendo in quel carattere di vitalità così suggestivo e bizzarro, il disegno della casa si presentava con una assoluta indipendenza di criteri. La porta, collocata non nel mezzo della facciata ma da un lato di essa, era sorretta da pilastri piatti di granito che si riunivano alla sommità abbracciando un piccolo scudo dove assai confusamente si intravedevano le traccie di uno stemma. Entrando sotto il breve portico, che una pusterla di legno ingraticciata spartiva a metà, erano visibili ed assai bene conservati i dipinti del soffitto a cassettoni dove il pittore aveva anticipato le chiocciole e gli svolazzi che lo scultore doveva ripetere nelle balaustre della scala, diffondendo l'impressione speciale di morbidezza, di tepore, quasi di carezza e di abbraccio che è il più grande fascino del barocco puro.