Nella stessa camera si aggirava ancora la piccola figura elegante della nonna spiritualizzata nel ricordo; e della di lei dimora erano rimasti alcuni pastelli deliziosi appoggiati alla tappezzeria di un rosso cupo, il piccolo divano fra le due finestre, uno stipo tutto a cassettini, verniciato di chiaro, che sorrideva da un angolo come se avesse conservato nelle sue rotondità lucenti e fiorite la serena filosofia della vecchia signora.
Tanto era ininterrotta in quella famiglia la catena d'amore che gli antenati rivivevano coi giovani nipoti, avendo trasmesso a loro i gusti, le abitudini, certi atteggiamenti, certi motti. Tre generazioni erano nate sotto quei soffitti a volta fasciati di una tenera zona cilestrina, tra quelle pareti che gli usci interrompevano con una larga volata di imposte dipinte a nastri azzurri, a ghirlande di fiori sospese fra stipiti dorati, cui sovrastavano pitture a tempera di soggetto ridente. Ogni posto, ogni cantuccio raccontava una storia. Vecchi e bambini avevano pianto e avevano riso, avevano amato, gioito, sofferto, pensato, sognato, nella casa tranquilla, nelle signorili stanze ampie, illuminate, dove il riflesso dei giardini sottostanti faceva salire una gradazione delicata di verde che smorzava l'eccesso della luce. La felicità — una felicità alta e severa fatta di pensiero — palpitava in ogni linea, in ogni profilo; era così profondamente radicata nella casa benedetta che osava sprigionarsi anche dalla gravezza del lutto. Anna non vedeva nè la giornata grigia, nè la camera deserta, nè il posto vuoto. Nella sua anima ardente la vita era eterna.
Giaceva sulla scrivania di suo padre un libro aperto, lasciato aperto da lui nelle ultime ore. Il libro era collocato un po' di traverso (si ricordava benissimo), egli stesso lo aveva allontanato colla mano in un momento di stanchezza, ma senza chiuderlo, come se sperasse di poterne continuare in breve la lettura. Un segno rosso sul margine attrasse particolarmente l'attenzione di Anna: suo padre doveva averlo tracciato nella estrema attività del pensiero, poche ore prima di morire. Questa certezza le fece chinare il capo ansiosamente sul volume. Lesse: “Io non amo inzaccherarmi le vesti col fango delle vie. Io voglio in puri abiti di festa attendere il giorno dell'avvenire„.
Due lagrime cocenti le bruciarono gli occhi, caddero, si posarono sulla pagina segnata. Quelle erano le ultime parole meditate da suo padre!
Presa da una indicibile commozione, non udì la voce della piccola sorella che la chiamava dal corridoio. Solamente al leggero rumore dell'uscio che si apriva volse il capo.
— Flavio ha voluto venire....
I due fanciulli entrarono: Elvira davanti, poi Flavio, timido, cogli occhi che chiedevano scusa.
— Ha voluto venire! — ripetè Elvira, dando un'occhiata sdegnosa alle traccie che le scarpe di Flavio lasciavano sul tappeto.
— Hai fatto bene — disse Anna tentando di sorridere al fanciullo: ma davanti a quella faccina mesta sentì che non era necessario fingere e riprese, senza nascondere nulla del proprio affanno: — Dovevate chiamarmi, vi avrei raggiunti di là.
— Se ti dico che è lui che ha voluto venire!...