Ma noi partendo dall’assioma inconcusso che le energie della donna, pur essendo pari a quelle dell’uomo non sono simili, ed hanno altra missione nell’armonia della società, veniamo direttamente alla conclusione logica che il soverchio lavoro mentale delle classi preparatorie ai diplomi, la tensione imposta dalla importanza degli esami, il lungo soggiorno nelle aule, anemizzano per tempo la fanciulla e favoriscono lo sviluppo degli elementi nervosi a danno del deposito, per modo di dire, ch’ella deve conservare in sè per le generazioni future. Il surmenage intellettuale quasi come l’alcool avvelena il sangue della donna. Avremmo dunque in basso e in alto della scala sociale i più formidabili nemici della umanità: l’alcoolismo a cui verrà tratta la donna operaia e la nevrastenia che aspetta le laureate. Quella qualsiasi percentuale di casi che abbiamo ora in ambedue le malattie diventerebbe a regime femminista insiediato una spaventosa generalità.

Ingenuità di giudizio, osservazione superficiale ed opportunismo suggeriscono la teoria che, studiando, la donna potrà eguagliare l’uomo e far senza come lui in molti casi della vita sentimentale e dei bisogni fisiologici. Ma forse che tutti gli uomini studiano? La maggioranza di essi non è ordinariamente ignorante? È dunque un’altra la ragione che favorisce il loro adattamento; e questa ragione è precisamente il sesso. Può la donna cambiarlo? Lo possono i femministi? No. E di qui non si esce.

Lo stesso autore citato in principio di questo capitolo dice, pure in mezzo a parecchie concessioni femministe, verità preziose che mi piace raccogliere. “L’uomo deve alle sue qualità positive di ignorare gli arcani dalle facoltà della donna. In lui i bisogni dell’intelligenza, l’insieme stesso delle sensazioni procedono essenzialmente da una tendenza centrifuga. I suoi rapporti colla natura e coi suoi simili sono improntati a questa caratteristica speciale ed è un movente sufficiente per fargli ricercare nella lotta e nel combattimento un elemento armonico se non necessario, contingente almeno alla sua natura d’uomo. La donna, non bisogna stancarsi dal ripeterlo, è conformata diversamente. La sua intelligenza e le sue funzioni fisiologiche si esercitano in senso centripeto; in lei nulla è determinato dal mondo esterno; il ragionamento stesso non cede che a considerazioni affatto intime. Ciò che il suo compagno domanda ai contatti della folla, la donna lo aspetta da una specie di divinazione famigliare„.

Voglio aggiungere una frase deliziosa della povera Elisabetta d’Austria. “Facendo troppo caso dello studio la donna disimpara una parte di sè„. Quale profondità e quanta delicatezza in tale pensiero!

Sono dunque ragioni d’ordine strettamente scientifico quelle che consigliano la donna a non invadere il campo dell’attività maschile e, come è naturale, la bellezza della verità scientifica trova il suo corollario nel sentimento unanime dei popoli, nel genio dei poeti. La storia e le matematiche, vedi pure le analisi chimiche e batteriologiche, non calmeranno mai le pulsazioni di un seno di vergine che anela a ciò che è veramente il suo diritto e la sua gioia sulla terra.

Per terminare citerò la curiosa preoccupazione di una femminista la quale ha testè proposto l’abolizione della parola mademoiselle e reclama per tutte le donne indistintamente l’appellativo di madame. Dove non giungerà, o mio Dio, la frenesia dell’uguaglianza?... Intanto però teniam conto che la donna nasce mademoiselle e che, per essere logica, una vera femminista non dovrebbe dare nessuna importanza alla trasformazione in madame.

TUTTE MADRI

In una poesia greca, credo di Simonide, la donna saggia viene paragonata all’ape:

“... la donna che all’ape è somigliante

“Beato è chi l’ottiene,