Nessuna firma.

Dopo un movimento di dispetto, gettò questa lettera in un canto. Il suo interesse era per le prime, per quella Elvira appassionata che non nascondeva il suo nome, che lo ostentava invece nella franchezza prepotente del vero amore.

Adagino, con pazienza, riusciva a metterle insieme, le mani frattanto le tremavano e la sua testa era in fiamme.

Fu distratta un'altra volta da un bigliettaccio mal piegato, male scritto, con qualche errore di ortografia: «Ti ho aspettato in piazza e non sei venuto. Non vengo più.»

Questo le fece male. Il fatto di una donnaccia che dava del tu al suo Alberto, e che da lui era stata guardata, preferita, amata forse—e senza forse amata nel modo che amano gli uomini—questo fatto, che pure in genere conosceva, la ripiombava nelle sue amare riflessioni, nei suoi eterni dubbi. Come potrebbe egli intenderla, se ella non riusciva a intender lui?

Messe l'una sopra l'altra, le lettere d'Elvira formavano un piccolo pacco.

La prima, l'unica che avesse una mezza data, era questa:

I.

22 febbraio.

Gentile signore o amico mio? Amico mio è più dolce, il mio cuore lo suggerisce subito e la mia penna lo scrive ben volontieri. Ma è poi vero? Siete, sarete voi il mio amico per sempre? Sono così turbata, così commossa che non oso dirvi tutto quello che sento. Forse faccio male ad amarvi, ma Dio mi è testimonio che sono sincera e credo voi pure animato dagli stessi miei sentimenti. Ditemelo, ditemelo!