—Anzitutto è una cavalla—rispose Alberto allegramente—si chiama Bigetta, non vanta grandi bellezze, ma mi appartiene da quattro anni e mi serve bene. Non è vero, Gerolamo?

Gerolamo, dal suo posto, schioccò la frusta, assentendo.

Marta pensò che lei, la moglie, era la straniera fra il padrone, il servitore e la cavalla. Suo marito e Gerolamo potevano intendersi con una occhiata sopra una quantità di avvenimenti a lei sconosciuti; e la cavalla stessa, quante carezze non aveva avute da Alberto prima, assai prima che ella lo conoscesse! Tutto un passato li divideva dunque, mentre ella avrebbe voluto fondersi con lui, immedesimarsi, formare una cosa sola. Che altro se non ciò doveva essere l'amore?

—C'è molto prima di arrivare?—chiese mortificata quasi di non saperlo.

—Tre chilometri circa li abbiamo fatti, ne restano cinque. Fra mezz'ora saremo a casa. L'Appollonia ci aspetterà.

Almeno ella sapeva che Appollonia era la serva. Ne avevano già parlato; suo marito gliel'aveva dipinta come una buona campagnuola affezionata e fedele. Ma in quel momento volle sapere se l'Appollonia era bella e lo domandò a voce alta; al che Alberto rispose con uno scroscio di risa, a cui fece eco una specie di singhiozzo giulivo da parte di Gerolamo, così che Marta stessa si pose a ridere infantilmente, con molto piacere di suo marito, il quale amava le persone di buon umore.

—Vedrai—soggiunse Alberto a sua moglie, toccandole la spalla da buon camerata—anderai subito d'accordo con tutti, brava gente, ottima gente. Il dottorone già, curioso, vorrà vederti per il primo.

—C'è un dottore curioso?

—Curioso proprio no, ma in questo caso sarà curioso, perchè mi conosce da bambino e mi ha già avvertito che vuoi farti la corte. Te ne intendi tu di poesia? E di cucina? Se hai sulle dita questi due argomenti, il dottore è tuo.

—E con gli ammalati parla di poesia?