La moglie del pastore si incaricò di allattare le gemelle coll'aiuto di una capretta, e il solitario andava spesso a vederle, meravigliato dei loro progressi, colla curiosità del nuovo mistero e coll'ardore di un nuovo compito.

Quando poi vennero i rigori dell'inverno, lasciò a malincuore che la nutrice se le portasse con sè alla casa bassa, e fu una gran festa quando le rivide col ritorno della primavera.

* * *

Questa alternativa di dolore per l'abbandono e di letizia per il ritorno durò qualche anno, finchè i pastori, attratti da altri interessi, si allontanarono dalla montagna, e le bimbe rimasero a lui. Che fare? Aveva solennemente promesso alla loro madre morente di non abbandonarle.

Si compì allora una terza metamorfosi nel cuore del mistico. Egli, che si era staccato in modo assoluto dai suoi simili, vi ritornava guidato dal sentimento nuovo; un sentimento che non era l'amore degli uomini, che non era l'amore di Dio, sibbene un fascino ignoto di una dolcezza grande—il misterioso potere che l'innocenza esercita sulla sapienza e la debolezza sulla forza—la attrazione irresistibile di quelle due creaturine che Dio gli aveva dato da custodire.

Per una improvvisa intuizione che sapeva del miracolo, egli rammentò cento cose dimenticate dall'infanzia; la sua culla, le cure di sua madre, perfino le canzoni che gli avevano allora accompagnati i sonni. La sua mano diventava leggera toccando le piccole membra, scorrendo sui capelli sottili inanellati. Aveva delicatezze strane, pudori sublimi, risorse immaginose e semplici, quali poteva suggerirgliele la sua mente ardente e casta. Niente lo imbarazzava, niente lo tratteneva. Egli guardò in qual modo gli uccelli tessono i nidi, e preparò alle sue colombe un nido di foglie di faggio e di pelli di agnello. Al duro pane di cui soleva cibarsi, provveduto una volta all'anno, aggiunse il latte fresco di una giovane mucca; e poichè l'erbe ed i fiori, il purissimo aere, il profumo dei pini, lo splendore del cielo cantavano intorno l'inno della salute e della gioia, non cercava altro.

Neanche il pensiero dell'avvenire riusciva a turbarlo; rimetteva l'avvenire nelle mani stesse di Chi aveva guidato il passato.

* * *

Qualche volta gli veniva uno scrupolo. Non era egli troppo orgoglioso? o che, pensava di fondare una nuova società indipendente dalle leggi e dai costumi che reggono l'altra? S'immaginava di essere l'Adamo di una novella stirpe? Si teneva in tanto concetto da sprezzare tutti gli uomini, o pretendeva forse di togliere al mondo il dolore ed il peccato?

Passava delle ore intere meditando, scrutando la propria coscienza, pronto a flagellarsi se si fosse trovato in difetto d'orgoglio.—O mio Dio—diceva alla fine—non siete Voi che mi avete mandato queste infelici? Voi che le abbandonaste a me? Perché le avreste fatte nascere quassù, in circostanze così fuori dell'ordinario, se non lo aveste voluto? Ma se mi inganno, o Signore, parlate al vostro servo. Egli vi ubbidirà; egli tornerà ad allacciarsi i calzari e, tagliato un bastone da queste quercie, si porrà in cammino per la strada che Voi gli indicherete.