E in un’altra lettera «Amo quelle mie pagine, perchè c’è dentro qualche cosa dell’anima mia. Ma tuttavia, come Speranza è inferiore a ciò che posso fare, che farò certamente, che sto già facendo! Io vorrei dall’arte qualche cosa di delicatamente bello, delle pagine luminose e profonde, tenebrose e celesti nello stesso tempo.»
Maturata nel pensiero a Pomelasca, la dolce casa de’ suoi avi, nell’età fervida dei vent’anni, quando il sogno femminile domina la mente dei giovani, quasi prodromo ai più forti sogni di gloria, Egli amava questa novella con singolare predilezione.
Speranza, come si vede, era per Lui una persona viva; diceva che avrebbe voluto essere un gran pittore per farne il ritratto, così chiara ne aveva dinanzi la fisionomia e lo sguardo. Creata da lui, inaccessibile e invisibile agli altri, era la sua donna, la sua Musa, il rifugio d’ogni suo desiderio, d’ogni sua fervida immagine. E gli sembrava, nella novella, imperfetta. Voleva ampliarne i contorni, rivederla, correggerla, farne veramente il suo capolavoro. In mezzo alle tante occupazioni degli ultimi anni, alle lotte del giornalismo, alle fatiche della polemica, tornava nei momenti più calmi alla sua Speranza triste (fatidico nome!) e aggiungeva una scena, un periodo, sempre con quell’ardore chiuso e divoratore che era la caratteristica del suo modo di amare.
L’Ultima Passeggiata doveva far parte della novella quando egli fosse riuscito nell’intento di renderla perfetta e di pubblicarla in un piccolo volume illustrato da lui stesso e del quale aveva già in mente il formato, la copertina, i caratteri, tutto corrispondente alla semplice e profonda mestizia del concetto. Ultima passeggiata è una specie di poesia in prosa, che, se come genere appartiene forse alla decadenza dell’arte, rispecchia pure quando è sincera un particolare stato dell’animo non indegno di attenzione.
Egli ripensa l’ultima volta che percorse insieme alla sorella i soavi sentieri di Brianza, le ombre dei boschi di Inverigo e dopo una invocazione alle piante dell’Orrido dice alle stesse piante:
«L’autunno ch’ella incominciava a morire
io pensavo che il vostro dolore fosse per lei;
pensavo che fosse una disperazione in voi
a vedere la vostra povera regina