Per dar canzone e pasto agl'ignoranti.[40]

Certamente non tutti i Satirici poterono, come i Galileiani, mettersi sotto la protezione dei Principi; che anzi dovettero non di rado nascondere i loro attacchi sotto la coperta, che non sempre bastò, della Poesia giocosa e dell'Apologo. Eran tempi codesti nei quali, come direbbe Tacito, perdemmo anche i nomi delle cose[41], e non sarebbe opera perduta ricercare i primi moti della satira civile moderna nei molti volumi delle Rime piacevoli del secento. A noi, lasciati da parte i poemi dei due grandi odiatori de' Gesuiti, il Nomi e il Moneti, e il San Miniato del Neri[42], basti accennar di codeste Rime qualche tratto dei più caratteristici. Al suo signore, che teneva stretta la borsa, così parla sfacciatamente Romolo Bertini:

. . . . . apra adunque le porte

Della pietate e non se la minchioni

Ch'hanno le Muse ancor bombarde e suoni.

Parole che ne richiamano altre, più degnamente ardite, di un prosatore moderno, Pietro Giordani, nella conclusione della sua Querela al governo parmense contro i Gesuiti.[43]

Anche Piero Salvetti ha luoghi satirici squisitissimi come quello sui re spodestati nel Lamento per la perdita d'un grillo:

. . . . . scappato d'Inghilterra

Più che di passo il re non mi contrista;

Di già gli è sulla lista