Nel mentre che egli così pazzescamente bestemmiava, non vi potrei dire, riveritissimo Aci, le strane cose che mi passarono per la mente. Pensai infino di mettergli le mani addosso, e col temperino che aveva lì pronto per acconciare le penne, fargli un brutto sette sul viso, per insegnargli per un'altra volta a parlare con più giustizia delle persone di merito. Ma pure per non guastare così in un subito i fatti miei, repressi gl'impeti del giusto sdegno, e con sembiante tranquillo: Signore (dissi lui) che cosa avete detto mai? Per verità tutt'altro mi farete voi credere, che quello che è stata vostra intenzione di persuadermi. Io vi meno buono, quanto avete detto di grande e di sublime intorno all'epica Poesia; e vi meno buono altresì, che rarissimi siano quegli ingegni, che possano tessere un bel Poema; e conchiudo con esso voi, che i due fini principalissimi dell'epica Poesia sono il dilettare e il giovare; anzi v'aggiungo, che quel Poema sarà il più bello ed il più perfetto, che sarà più ripieno di cose, che diletteranno e saranno giovevoli insieme: ma per questa ragione appunto io non solamente mi discosto, ma del tutto mi divido dalla vostra, non so se invidiosa e maligna, ma certissimo stravolta opinione, che avete conceputa dell'immortale, ed in ogni tempo celebratissimo Ferrarese; e siccome, mentre avete voi favellato, non siete stato giammai da me interrotto, così usate meco altrettanto di cortesia nell'udire le ragioni, per le quali pretendo che voi siate in un manifestissimo errore. Nè dubitate che io sia per dilungarmi troppo; perchè (conforme vi è noto) il vizio, o forse la necessità d'essere oltre modo prolisso, egli è per ordinario il solito rifugio di tutti coloro, che conoscendo di avere il torto, si lusingano di oscurare la verità con le ciarle. Voi avete detto, che nel dilettare principalmente consiste la bellezza del Poema epico, e che la novità e la maraviglia, il verisimile e il finto ben regolati e ben tessuti, cagionano una soavità ed un piacere così maraviglioso nelle menti degli uomini, che li leva affatto fuora di se stessi, e li conduce dovunque aggrada all'ingegnoso Poeta: ed in prova di questo raro mescuglio di mirabile e di verisimile, avete portato il cangiamento di Niobe in sasso; cosa rara, come ognun vede, e perciò maravigliosa, ma fattibile, perchè operata da un Dio, e perciò verisimile. O siate mille volte benedetto! e udite pazientemente quello che sono per dirvi. Se quel Poema sarà il più bello ed il più compiuto, che arrecherà diletto maggiore; bisognerà pure che voi confessiate, che il Poema dell'Orlando Furioso sia sopra d'ogni altro bellissimo e perfettissimo. Ma voi crollate la testa, e sorridete? L'Ariosto (al vostro dire) con le sue fantasie ed immaginazioni bestiali si è tirato appresso tutta l'Italia; que' suoi Ippogrifi, quegl'incantesimi, que' sogni d'ammalati frenetici, che fanno compassione agli uomini di senno, si leggono da ogni genere di persona, non solamente senza nausea e senza ribrezzo, ma con una incredibile avidità e piacere. Alle mense de' gran Signori si cantano per rallegrarli le sue leggiadrissime Ottave; ne' ridotti degli uomini letterati, chi recita l'impazzamento d'Orlando, chi le querele d'Isabella, chi le smanie di Mandricardo, chi il tradimento di Olimpia, e chi altro simile avvenimento. Ma che spendo più parole, e parlo di letterati e di signori? I marinai, i vetturini, le donnicciuole stesse, mentre quelli viaggiano, e queste tessono, scemano il peso delle fastidiose lor cure col cantare i versi dell'Ariosto; là dove del vostro Trissino, per nobilissimo Poeta ch'egli si sia, come spogliato di quel saporitissimo dolce, che tanto piace, non è alcuno che ne parli, ma viene egli consumato dalla polvere e dalle tignuole, e lasciato non altrimenti in un canto, che dagli amorosi giovani nelle strepitose feste di ballo alcuna curva vecchierella e bavosa. A che dunque, per vita vostra, attribuirete voi questa sfrenata voglia, che accende gl'Italiani tutti di leggere, o di udir leggere l'Ariosto, e quella avidità insaziabile di vederne, se essi potessero, il fine senza punto d'interrompimento? Non ad altro certissimamente che a quell'infinito piacere, che inonda gli orecchi e gli animi di tutti coloro, che lo leggono; il quale piacere (come voi pure diceste poco fa) è di tanta possanza, che ha tirato a se con la dolcissima sua violenza non solamente gl'Italiani, ma gli uomini ancora di là dall'alpi e dal mare: cosa appresso di me cotanto mirabile, che non ho parole da spiegare la stima e la venerazione, che io ho per quel gloriosissimo e divino Poeta. Poter di Giove! Quale bellezza mai Greca o Latina, vista e rivista dagli uomini, avventò così gran copia d'amorose fiamme ne' petti loro; come poco o nulla veduto (per così dire) ha di se l'Ariosto invaghito la maggior parte, e la più coltivata d'Europa? Imperocchè, toltine noi altri Italiani, e quelli tra di noi d'un gusto più raffinato nelle lettere, chi vi è o Francese o Spagnuolo, che possa mai essere un ottimo conoscitore delle tante bellezze, che fanno bellissimo l'Ariosto? Certa cosa si è che per molto studio che si faccia da noi in una lingua forestiera, non si giunge mai a penetrarne quell'ultima bellezza, che vi sanno conoscere solamente quelli, che in essa nascono, ed in essa si studiano di comparire. Se dunque i nudi segni, e senza bellezza di contorno, senza varietà di colori, senza aria, senza gradazione, e senza quella simmetria, che risulta dal tutto, hanno potuto tanto in quelle straniere nazioni, che maravigliosi amori avrebbero in esse risvegliato, se li potessero vagheggiare, siccome noi, nella loro perfezione e nella loro propria veduta? Ma discendiamo al particolare, e vediamo se veramente quelle, che voi chiamate stravaganze e bestialità nell'Ariosto, sono tali. Voi dite che quegl'Ippogrifi non li potete soffrire; ma non mi dite il perchè. Patite voi forse di vertigini? e quello immaginarvi di volare vi conturba forse e spaventa? Se questo egli è, purgatevi, e prendete a bere del vino amarissimo, dove abbia bollito per molto tempo l'assenzio: che così confortato di testa potrete leggere con quel piacere, che leggo io il volo del fortunato Ruggiero con la sua bellissima Angelica in groppa. Ma se poi vi dispiace come una finzione non verisimile; per questo motivo avete il torto, sì perchè appresso i Poeti è antichissimo il cavallo Pegaseo, sì perchè il forte Perseo assai prima di Ruggiero aveva liberata, stando sopra d'un alato cavallo, Andromeda legata al duro scoglio. L'anello, che rendeva invisibili tutti coloro che sel tenevano in bocca, l'armi fatate, i palagi incantati, e cose simili, voi li chiamate sogni e delirj d'ammalati frenetici. Non è così? Ma ditemi per vita vostra: per qual motivo ho io da lodare come bellissimo il ritrovamento di cangiare Niobe in sasso, e debbo vituperare tutte queste altre invenzioni dell'Ariosto? Perchè (dite voi) nel cangiamento di Niobe vi ebbe mano alcun Dio. Ed io vi soggiungo, che nelle cose straordinarie dell'Ariosto vi hanno avuto mano ben parecchi Demonj, la potestà de' quali ella è infinitamente maggiore di quello, che noi possiamo pensare. Sicchè nè pure per questo capo si rende l'Ariosto spregevole. Vi danno fastidio i giganti? Ma forse temete voi di essere condannato a rivestirli, e fare loro le spese? Sono essi forse un ritrovamento dell'Ariosto, di modo che solo abbiamo avuto notizia di costoro per mezzo suo? Essi (come ben sapete) sono antichissimi, ed è di Fede, che sonvi stati. Ma (direte voi) non così grandi. State zitto, che hanno bevuto più grosso di noi i nostri antichi; e basti per convincervi quel solo gigante, chiamato Encelado, che tiene il capaccio sotto il Vesuvio, la sterminata pancia nel mare, e le grandissime cosce co' mostruosi piedi sotto Etna: che se siete buon Geometra, voi vedrete che egli è un gigante da non misurarsi col passetto, ma con la scala de' gradi a maniera delle provincie. Ora di questi l'Ariosto non solo non n'ha veruno, ma a mettere tutti i suoi giganti insieme per largo e per lungo, non prenderebbero tanto spazio, quanto vi corre dal bellìco all'inforcatura di questo sol gigantaccio. Ma che accade, che io più mi distenda sopra di ciò; quasi che voi non sappiate che sorta di smisurati bestioni fu quella, che mosse la formidabile guerra a Giove; dalle mani de' quali uscivano sassi così sterminati, che se cadevano in mare, formavano l'isole, e se cadevano su la piana terra, formavano i monti. Tutte cose, padron mio garbatissimo, da fare sbalordire un mulino a vento che sempre gira, non che un uomo di qualche senno; e pure sono migliaia d'anni, che sono state dette, e forse credute, e nessuno fino a qui si è preso collera, nè si è voluto sbattezzare per causa loro, conforme per molto meno mi avete cera di volere far voi.
Della bravura poi delle Bradamanti e delle Marfise, che a voi pare sì stravagante, e che vi rivolta lo stomaco, e v'amareggia il palato, io non voglio parlarvene; perchè non merita riguardo alcuno questo vostro dispiacimento, essendoci state infinite donne, e nella destrezza delle persone, e nel valore dell'armi celebratissime. Ma penetriamo un poco la materia più a dentro, e vediamo che cosa hanno preteso i Poeti con queste loro invenzioni.
Questi draghi fatati, questi incanti,
Questi giardini, e libri, e corni, e cani,
E uomini salvatichi, e giganti,
E fiere, e mostri ch'hanno visi umani,
Son fatti per dar pasto agl'ignoranti:
Ma voi, che avete gl'intelletti sani,
Mirate la dottrina, che s'asconde
Sotto queste coperte alte e profonde.