(Berni, Orlando Innamorato, l. I, c. 25)
Sicchè dunque, per venire alla conclusione, non è poi l'Ariosto un Poeta così triviale, come lo fate: anzi se non volete impugnar la verità conosciuta, egli è senza fallo uno de' primi lumi della volgar Poesia.
Forse soggiungerete: Egli non ha osservate tutte le regole, che sono state poste al componimento del Poema epico, e che però per dolce e soave ch'egli si sia, non gli si debba guardare in viso; anzichè di gran lunga posporlo a qualunque Poemetto arido e disgustoso, ma fatto con regola. Su questo punto io non voglio attaccar briga nè con voi, nè con altri; ma servirà per rispondervi (quando mi promettiate di non averlo per male) la narrazione d'un certo Apologo, che a me pare che al caso nostro mirabilmente egli faccia.
Avete dunque da sapere, che vennero un giorno a lite fra di loro, a cagione del canto, il Rusignuolo e il Cuculo, stimandosi l'uno all'altro d'essere superior di gran lunga. Diceva il Cuculo, che il suo canto era continuato, naturale, e con misura? Il Rusignuolo asseriva aver egli assai più armonia di quella, che qualunque altro uccello s'avesse: e quindi per non venire alle brutte, si conchiuse tra di loro di rimettere il loro litigio al giudizio d'un terzo, qualunque si fosse; e preso il volo, nel passare sopra un verde prato, vi scorsero un solennissimo Asino con un pajo d'orecchi, che erano poco meno di mezzo braccio l'uno. Onde tutto lieto il Cuculo: Non andiamo più innanzi (disse al Rusignuolo) che i pietosi Dei ci hanno fatto dare nel giudice; perchè consistendo tutta la scienza di questa materia nell'udito, chi meglio di lui potrà dare una giusta e ben proporzionata sentenza? E detto fatto, se ne volarono sopra un basso arboscello di pere, e sopra i suoi rami, stretti su l'ale si stettero, e quindi umilmente pregarono l'Asino che dar volesse un incorrotto giudizio sopra la loro quistione. L'Asino, che aveva più voglia di mangiare, che di fare da giudice, appena alzò la grave testa da terra, e ritornolla ad abbassare, e date un pajo di strepitose crollate d'orecchi, fece capire a' due litiganti, che per quel giorno non teneva giustizia: ma essi lo pregarono tanto, che egli per fine levatosi dal pascolare, tenendo alta la testa, e gli orecchioni ritti ritti, a maniera di lepre quando cammina: Cantate via (disse loro) e spacciatevi; che come ascoltati io vi averò, vi dirò subito il mio debole sentimento. Il Cuculo si mise il primo in assetto, e disse: Attendete ben, Signor giudice, alla bellezza del canto mio, che in questo punto udirete; e sopra il tutto badate all'artifizio, con cui lo compongo. E quindi fatto otto o dieci volte cu cu, gonfiatosi alquanto, e scosse tutte le sue penne, si tacque. L'Usignuolo allora senza usare verun proemio, incominciò il suo graziosissimo gorgheggiare, e tanta varietà, bellezza, armonia risultava da' suoi soavissimi versi, che non vi era fiera in quei boschi, che tratta dall'incredibile dolcezza che da loro pioveva, a lui non corresse; e nel mentre che egli s'andava vieppiù nel suo canto ingolfando, il giudice annoiato dalla lunga pruova, mandato fuora un villanissimo raglio: Egli può essere (disse al Rusignuolo) che il tuo canto abbia più grazia di quel del Cuculo; ma quel del Cuculo ha più metodo.
La favola significa. Padrone mio bello, che secondo la sentenza di quel giudice da quattro piedi, io ho tutti i torti, e voi avete tutte le ragioni; e siccome io non m'affanno per aver perduta la causa, così prego voi a non v'incollerire per averla vinta: anzi vi consiglio a darvi pace, e stare allegro, e ad industriarvi a sputar dolce, con tutto che mastichiate del fiele; e giacchè ho preso qualche confidenza con voi, e che a dirvela giusta non mi fate punto paura, vi vo' dire in segreto una cosa che vi farà certamente maravigliare. Quel Poema, che v'ha mosso i vermini, e v'ha fatto tanto scorrubbiare contro di me e contro del mio amico, sappiate ch'egli è farina del mio sacco, opera delle mie mani, e in una parola che l'ho fatto io, e l'ho fatto a pezzi e bocconi, conforme m'è paruto e piaciuto, e sono andato avanti (come si suol dire) a occhi e croce, nè ho pensato più che tanto alle regole, ed a' precetti, ma solamente ho avuto un certo discernimento di non fare qualche cosa di mostruoso, cioè a dire di non fare un corpo con cinque o sei capi, ma con un capo solo, e così dell'altre parti, che, data proporzione, ad un ben fatto corpo convengonsi. Del resto io non ho avuto altro fine, che di piacere, e principalmente a me, e poi di mano in mano a coloro, che forse una volta lo leggeranno. Imperocchè gli uomini, quando sono veramente oppressi o dal peso delle fatiche o dalla malvagità della fortuna, o dalle pubbliche cure, vogliono rallegrarsi: e siccome la maestra natura conduce quasi a mano gli animali tutti a cercare quella sorte di cibo, che loro più si confaccia; così per la medesima siamo internamente mossi nell'avvilimento dello spirito a cercare di conforto e di sollievo, ne alcuno ve n'è più atto, nè più efficace a rallegrarci in un subito, che d'un grazioso componimento poetico. Onde se questa mia operetta verrà mai ad ottenere un fine così discreto ed umano; vi giuro che ne sarò contentissimo, assicurandovi che verun conto non farò mai di quello, che possiate dir voi, o gli uomini, siccome voi, quando fate un giudizio così pazzo e bestiale del più celebre e del più ragguardevol Poeta, che abbiamo. Ciò detto mi tacqui: ed egli ad un tratto nelle sue smanie tornato, senza altro dirmi partissi.
Ed eccovi narrata, Aci reveritissimo, la dolente, ma vera istoria delle mie non pensate avventure. Quello che da questa inimicizia sia per venirmene addosso, io non lo so. Di ragione non avrebbe da farmi altro insulto, che di dir male di me e dell'opera mia; nel qual caso vorrei un poco d'ajuto, perchè io non so veramente, se gli abbia risposto bene o male: e non ve ne maravigliate, perchè oltre al sapere io poco o niente di tutto, e massime di queste materie, e l'essere stato colto da lui all'improvviso, non ho tempo da respirare, non che da mettermi in istato da pormi a tu per tu con gli uomini letterati. Però voi che sapete tanto, e che state in un paese, dove le belle arti e i leggiadrissimi studj hanno preso casa e ci covano, e le muse tutte con sicurezza e con diletto soggiornano, aiutatemi quel più che potete, ed avvisatemi se ho detto cose da non poter sostenere; perchè in quel caso io non m'ostinerò certamente in difendermi, ma confesserò d'avere il torto, massime quando mi venga detto da voi. Subito che potrò, manderovvi questo benedetto Poema, quale voi leggerete con tutta segretezza; e se vi parerà che egli non abbia il viso di dietro, e che possa fare ancora egli la sua comparsa, e noi ne faremo la mostra: se poi ne giudicherete altrimenti, o noi ne faremo un bel falò, o non ci mancheranno buchi dove appiattarlo. Conservatemi la vostra stimatissima grazia, e perdonatemi la confidenza e l'ardire: ma come sapete, il bisogno per lo più ha sempre poca creanza, e la necessità non ha legge; e resto tutto vostro.
RICCIARDETTO