Pur nondimeno il suocero, i fratelli, il parentado, l'obligo del matrimonio, e sopra tutto il grande amore le portava, gli faceva aver pazienza, io voglio lasciare ire le grandi spese che per contentarla faceva in vestirla di nuove usanze e contentarla di nuove fogge, che continuamente la nostra città per sua natural consuetudine varia, che fu necessitato, volendo star in pace con lei, aiutare al suocero maritare l'altre sue figliuole, dove spese grossa somma di danari. Dopo questo, volendo avere bene con quella, gli convenne mandare uno dei fratelli in Levante con panni, e un altro in Ponente con drappi, all'altro aprire uno battiloro in Firenze; nelle quali cose dispensò la maggior parte delle sue fortune. Oltre a questo, ne' tempi de' carnasciali e di San Giovanni, quando tutta la città per antica consuetudine festeggia, e che molti cittadini nobili e ricchi con splendidissimi conviti si onorano, per non essere Monna Onesta all'altre donne inferiore, voleva che il suo Roderigo con simili feste tutti gli altri superasse. Le quali cose tutte erano da lui per le sopraddette cagioni sopportate, né gli sarebbono, ancora che gravissime, parute gravi a farle, se da questo ne fosse nata la quiete della casa sua, e se egli avesse potuto pacificamente aspettare i tempi della sua rovina. Ma gl'interveniva l'opposito, perché con l'insopportabili spese, l'insolente natura di lei infinite incomodità gli recava, e non erano in casa sua né servi né serventi, che, non che molto tempo, ma brevissimi giorni la potessino sopportare. Donde ne nascevano a Roderigo disagi gravissimi, per non poter tenere servo fidato che avesse amore alle cose sue, e, non che altri, quelli diavoli i quali in persona di famigli aveva condotti seco, piuttosto elessero di tornarsene in Inferno a stare nel fuoco che viver nel mondo sotto lo imperio di quella.

Standosi adunque Roderigo in questa tumultuosa e inquieta vita, e avendo per le disordinate spese già consumato quanto mobile si aveva riserbato, cominciò a vivere sopra la speranza de' ritratti che di Ponente e di Levante aspettava; e avendo ancora buon credito, per non mancar di suo grado, prese a cambio, e girandogli già molti marchi addosso, fu presto notato da quelli che in simile esercizio in Mercato si travagliano. Ed essendo di già il caso suo tenero, vennero in un subito di Levante e di Ponente nuove, come Ialino de' fratelli di Monna Onesta s'avea giuocato tutto il mobile di Roderigo, e che l'altro, tornando sopra una nave carica di sua mercatanzia, senza essersi altrimenti assicurato, era insìeme con quella annegato. Né fu prima pubblicata questa cosa, che i creditori di Roderigo si ristrinsono insieme, e giudicando che fosse spacciato, né possendo ancora scuoprirsi, per non esser venuto il tempo de' pagamenti loro, conclusono che fosse bene osservarlo cosi destramente, acciocché dal detto al fatto di nascoso non se ne fuggisse.

Roderigo dall'altra parte, non veggendo al caso suo rimedio e sapendo a quanto la legge infernale lo costringeva, pensò di fuggirsi in ogni modo; e montato una mattina a cavallo, abitando propinquo alla porta al Prato, per quella se ne usci; né prima fu veduta la partita sua, che il romore si levò fra i creditori, i quali, ricorsi ai magistrati, non solamente co' cursori, ma popularmente si missono a seguirlo. Non era Roderigo, quando se gli levò dietro il rumore, dilungato dalla città uno miglio, in modo che, vedendosi a mal partito, deliberò, per fuggire più secreto, uscire di strada, e attraverso per gli campi cercare sua fortuna. Ma sendo a far questo impedito dalle assai fosse che attraversano il paese, né potendo per questo ire a cavallo, si mise a fuggire a pie, e lasciata la cavalcatura in su la strada, attraversando di campo in campo coperto dalle vigne e da' canneti di che quel paese abbonda, arrivò sopra Peretola a casa di Gian Matteo del Bricca, lavoratore di Giovanni del Bene, e a sorte trovò Gian Matteo che recava a casa da rodere a' buoi, e se gli raccomandò, promettendogli che, se lo salvava dalle mani de' suoi nemici, i quali per farlo morire in prigione lo seguitavano, che lo farebbe ricco, e gliene darebbe innanzi alla sua partita 1aIe~saggio che gli crederebbe; e quando questo non facesse, era contento che esso proprio lo ponesse in mano ai suoi avversari.

Era Gian Matteo, ancora che contadino, uomo animoso, e giudicando non poter perdere a pigliar partito di salvarlo, gliene promise; e cacciatolo in un monte di letame, quale aveva davanti alla sua casa, lo ricoperse di cannucce e altre mondiglie, che per ardere avea radunate. Non era Roderigo appena fornito di nascondersi, che i suoi perseguitatori sopraggiunsono, e per ispaventi che facessino a Gian Matteo, non trassero mai da lui che l'avesse visto. Talché, passati più innanzi, avendolo invano quel di e quell'altro cerco, stracchi se ne tornorno a Firenze. Gian Matteo adunque, cessato il romore e trattolo dal luogo dov'era, lo richiese della fede data. Al quale Roderigo disse: «Fratello mio, io ho con teco un grande obbligo, e lo voglio in ogni modo sodisfare; e perché tu creda ch'io possa farlo, ti dirò chi io sono: e quivi gli narrò di suo essere e delle leggi avute all'uscire d'Inferno, e della moglie tolta; e di più gli disse il modo col quale lo voleva arricchire, che in somma sarebbe questo; che come ei sentiva che alcuna donna fusse spiritata, credesse lui essere quello che gli fosse addosso; né mai se n'uscirebbe, s'egli non venisse a trarnelo, donde arebbe occasione di farsi a suo modo pagare da' parenti di quella: e rimasi in questa conclusione, spari via.»

Né passorno molti giorni che si sparse per tutta Firenze, come una figliuola di messer Ambrogio Ainidei, la quale aveva maritata a Buonaiuto Tebalducci, era indemoniata. Né mancorno i parenti di farvi tutti quelli rimedi che in simili accidenti si fanno, ponendole in capo la testa di S. Zanobi e il mantello di S. Gio. Gualberto; le quali cose tutte da Roderigo erano uccellate. E per chiarir ciascuno come il male della fanciulla era uno spirito, e non altra fantastica immaginazione, parlava in latino, e disputava delle cose di filosofia, e scopriva i peccati di molti; intra i quali scoperse quelli d'un frate che s'aveva tenuta una femina vestita ad uso di fraticino più di quattro anni nella sua cella; le quali cose facevano maravigliare ciascuno. Viveva pertanto messer Ambrogio malcontento, e avendo invano provati tutti i rimedi, aveva perduta ogni speranza di guarirla, quando Gian Matteo venne a trovarlo, e gli promise la salute della sua figliuola quando gli voglia donare cinquecento fiorini per comperare uno podere a Peretola. Accettò messer Ambrogio il partito; donde Gian Matteo, fatte dire prima certe messe e fatte sue ceremonie per abbellire la cosa, si accostò agli orecchi della fanciulla e disse: «Roderigo, io sono venuto a trovarti perché tu m'osservi la promessa». Al quale Roderigo rispose: «Io sono contento; ma questo non basta a farti ricco; e però, partito ch'io sarò di qui, entrerò nella figliuola di Carlo re di Napoli, né mai n'uscirò senza te. Farati allora fare una mancia a tuo modo, né poi mi darai più briga». Detto questo, s'uscì d'addosso a colei con piacere ed ammirazione di tutta Firenze.

Non passò dipoi molto tempo che per tutta Italia si sparse l'accidente venuto alla figliuola del re Carlo, né vi si trovando rimedio, avuta il re notizia di Gian Matteo, mandò a Firenze per lui, il quale, arrivato a Napoli, dopo qualche finta cerimonia, la guarì. Ma Roderigo, prima che partisse, disse: «Tu vedi, Gian Matteo, io t'ho osservato le promesse d'averti arricchito, e però sendo disobligo, io non ti sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai contento non mi capitare più innanzi; perché, dove io ti ho fatto bene, ti farei per l'avvenire male».

Tornato adunque a Firenze Gian Matteo ricchissimo, perché aveva avuto dal re meglio che cinquantamila ducati, pensava di godersi quelle ricchezze pacificamente, non credendo però che Roderigo pensasse d'offenderlo. Ma questo suo pensiero fu subito turbato da una nuova che venne, come una figliuola di Lodovico VII, re di Francia, era spiritata; la qual nuova alterò tutta la mente di Gian Matteo, pensando all'autorità di quel re e alle parole che gli aveva Roderigo dette. Non trovando adunque il re alla sua figliuola rimedio, e intendendo la virtù di Gian Matteo, mandò prima a richiederlo semplicemente per un suo cursore; ma allegando quello certe indisposizioni, fu forzato quel re a richiederne la Signoria, la quale forzò Gian Matteo ad ubbidire. Andato pertanto costui tutto sconsolato a Parigi, mostrò prima al re come egli era certa cosa che per lo addietro aveva guarita qualche indemoniata, ma che non era per questo che egli sapesse o potesse guarire tutti; perché se ne trovavano di si perfida natura che non temevano né minacce né incanti né alcuna religione; ma con tutto questo era per fare suo debito, e non gli riuscendo, ne domandava scusa e perdono. Al quale il re turbato disse che, se non la guariva, che lo appenderebbe. Senti per questo Gian Matteo dolor grande; pure fatto buon cuore, fece venire l'indemoniata, e accostatosi all'orecchio di quella, umilmente si raccomandò a Roderigo, ricordandogli il beneficio fattogli, e di quanta ingratitudiue sarebbe esempio, se l'abbandonasse in tanta necessità. Al quale Roderigo disse: «To', villano traditore, sì che tu hai ardire di venirmi innanzi? Credi tu poterti vantare d'esser arricchito per le mia mani? Io voglio mostrare a te ed a ciascuno come io so dare e torre ogni cosa a mia posta; e innanzi che tu ti parta di qui, io ti farò impiccare in ogni modo Donde che Gian Matteo, non veggendo per allora rimedio, pensò di tentare la sua fortuna per un'altra via, e fatto andare via la spiritata, disse al re: «Sire, come vi ho detto, ci sono di molti spiriti, che sono si maligni che con loro non s'ha alcun buono partito, e questo è uno di quegli; pertanto io voglio fare un'ultima sperienza, la quale se gioverà, la V. M. ed io aremo l'intenzione nostra; quando non giovi, io sarò nelle tua forze, e arai di me quella compassione che merita l'innocenzia mia. Farai pertanto fare in su la piazza di Nostra Dama un palco grande e capace di tutti i tuoi baroni e di tutto il clero di questa città; farai parar il palco di drappi di seta e d'oro; fabricherai nel mezzo di quello un altare; e voglio che domenica mattina prossima tu con il clero, insieme con tutti i tuoi principi e baroni, con la real pompa, con splendidi ricchi abbigliamenti convegnate sopra quello, dove, celebrata prima una solenne messa, farai venire l'indemoniata. Voglio oltre di questo che dall'un canto della piazza sieno insieme venti persone almeno, che abbino trombe, corni, tamburi, cornamuse, cembanelle, cemboli e d'ogni altra qualità romori, i quali, quando io alzerò uno cappello, dieno in quelli strumenti e sonando ne venghino verso il palco. Le quali cose, insieme con certi altri secreti rimedi, credo che faranno partire questo spirito».

Fu subito dal re ordinato tutto, e venuta la domenica mattina, e ripieno il palco di personaggi e la piazza di popolo, celebrata la messa, venne la spiritata condutta in sul palco per le mani di dua vescovi e molti signori. Quando Roderigo vide tanto popolo insieme e tanto apparato, rimase quasi che stupido e fra sé disse: «Che cosa ha pensato di fare questo poltrone di questo villano? Cred'egli sbigottirmi con questa pompa? Non sa egli ch'io sono uso a vedere le pompe del cielo e le furie dello Inferno? Io lo gastigherò in ogni modo». E accostando-segli Gian Matteo e pregandolo che dovesse uscire, egli disse: «Oh! tu hai fatto il bel pensiero! Che credi tu fare con questi tuoi apparati? Credi tu fuggir per questo la potenza mia e l'ira del re? Villano, ribaldo, io ti farò impiccare in ogni modo». E cosi ripregandolo quello, e quell'altro dicendogli villania, non parve a Gian Matteo di perder più tempo, e fatto il cenno con il cappello, tutti quelli ch'erano a romoreggiar deputati, dettono in quelli suoni, e con rumori che andavano al cielo ne vennero verso il palco. Al qual romore alzò Roderigo gli orecchi, e non sapendo che cosa fusse, e stando forte maravigliato, tutto stupido domandò Gian Matteo che cosa quella fusse. Al quale Gian Matteo tutto turbato disse: «Ohimè, Roderigo mio, quella è la mogliera che ti viene a ritrovare. Fu cosa maravigliosa a pensare quanta alterazione di mente recasse a Roderigo sentir ricordare il nome della moglie; la quale fu tanta che, non pensando s'egli era possibile o ragionevole se la fusse dessa, senza replicare altro, tutto spaventato se ne fuggi, lasciando la fanciulla libera, e volse pili tosto tornarsene in inferno a render ragione delle sua azioni che di nuovo con tanti fastidi, dispetti e pericoli sottoporsi al giogo matrimoniale. E cosi Belfagor, tornato in Inferno, fece fede de' mali che conduceva in una casa la moglie; e Gian Matteo, che ne seppe più che 'l diavolo, se ne ritornò tutto lieto a casa.