Verso la metà del secolo XIV il grosso fu valutato 4 soldi ossia 48 piccoli, più tardi lo stesso grosso peggiorò di peso e di fino, ciò che equivaleva ad una continua diminuzione di pregio della lira. Per maggiore chiarezza darò in fine alcune tabelle ove saranno riuniti i dati di peso e di fino di ogni singola moneta, e così pure il valore del ducato e le conseguenti variazioni sul metallo contenuto in una lira nelle differenti epoche; così si avrà sott'occhio lo svolgersi di questo interessante fenomeno che fu detto volgarmente accrescimento del forino o ducato, ma, come il Carli (6) giustamente osserva, fu accrescimento numerario e non reale, perché di quanto crescevano in numero le lire contenute nel ducato, di tanto diminuivano nel peso, e peggioravano nell'intrinseco.
L'altra lira di conto adoperata dai veneziani nelle maggiori valutazioni era la lira di grossi o, per dire più esattamente, la lira di danari grossi. Questa moneta ideale si divideva essa pure in 20 soldi composti di 12 denari, ma ognuno di questi denari era un grosso, per modo che questa lira conteneva 240 grossi invece di 240 piccoli. Il rapporto fra la lira di grossi e quella di piccoli, corrispondeva naturalmente alla proporzione fra il grosso ed il piccolo: originariamente essa valeva 26 lire di piccoli, ma quando aumentarono i piccoli contenuti in un grosso, aumentarono pure le lire di piccoli che corrispondevano ad una lira di grossi.
La lira di piccoli e la lira di grossi erano pure usate a Padova, Verona, Treviso e nei loro territori, dove le monete veneziane avevano corso ed erano pregiate al pari di quelle locali, come insegnano il Brunacci (7) il Dionisi (8) e l'Azzoni Avogadro, (9), e come mostrano i documenti dell'epoca anteriore alla dominazione veneziana, che si conservano in quei paesi.
In tutti i documenti riguardanti Venezia e le città del Veneto la lira di piccoli viene indicata coi nomi di libra parvorum, libra denariorum, libra venetorum parvorum, libra denariorum venetorum (10) e quella di grossi, coi nomi di libra grossorum, libra denariorum grossorum e libra denariorum venetorum grossorum; quando poi si trova scritto: lira, soldo e denaro senza altra indicazione, si intende la lira di piccoli.
Come fu già detto la lira di grossi ebbe dapprima il valore di 26 lire di piccoli, ma aumentò mano mano che crescevano i piccoli contenuti nel grosso, così che la lira di grossi fu portata a 28 lire di piccoli, quando il grosso ebbe il valore di 28 piccoli. Nel 1282 quando il grosso fu portato a 32 piccoli, la lira di grossi arrivò al valore di 32 lire di piccoli, che le viene attribuito anche nel principio del secolo XIV da Marino Sanuto detto Torsello nel Liber Secretorum fidelium crucis, Liber II, Pars IV, Capitolo X, pagina 64, ove dice:
"Valet enim grossus venetus de argento parvos denarios venetos XXXII. Ita quod septem grossi cum dimidio XX soldorum parvorum summam perficiunt et XX soldi grossorum venetorum ad summam XXXII librarum parvorum ascendunt".
Allorché fu istituito il primo ducato d'oro, col decreto 31 ottobre 1284, esso fu ragguagliato a 18 grossi, ma più tardi crebbe notevolmente di pregio in confronto dell'argento, sinché un decreto della Quarantìa del 12 settembre 1328, che si conserva nel Capitolare dei Signori di notte, confermò tale aumento (11) ordinando che i ducati dovessero spendersi ed essere ricevuti per 24 grossi. Da questo ragguaglio ne venne un modo di conteggiare la lira di grossi assai facile e semplice, che incontrò così grande favore nel pubblico da resistere a tutte le mutazioni posteriori, di guisa che la lira di grossi divenne sinonimo di 10 ducati. Difatti, essendo il ducato 24 grossi, corrispondeva a due soldi di grossi e così ogni soldo di grosso era mezzo ducato e dieci ducati formavano 240 grossi effettivi, uguali alla lira di grossi, allora quasi universalmente adottata a Venezia.
Verso la metà del secolo XIV, durante il principato di Andrea Dandolo, il peso del soldo fu nuovamente diminuito ed il valore del grosso, elevato a 48 piccoli, ossia 4 soldi. Da ciò due differenti lire di grossi; una di queste conservava il valore di 32 lire di piccoli, e in essa il grosso, unità, era diventato convenzionale e di minor peso dell'effettivo, come in proporzione era diminuito anche il valore della lira di grossi, perché quelle 32 lire contenevano tanto minor quantità di metallo, quanto era cresciuto il valore nominale del grosso.
L'altra lira di grossi si basava sopra l'unità del grosso effettivo e sopra il valore di dieci ducati per lira, e cioè rimaneva uguale all'antica lira di grossi nel peso del metallo, tanto in argento, quanto in oro: ma aveva acquistato il ragguaglio convenzionale di 48 lire di piccoli. In questo secondo modo di conteggio si mantenne la divisione del grosso in 32 piccoli che naturalmente non si trovavano in ispecie, ma divennero ideali e di un valore maggiore di quello dei veri piccoli. Questo modo di conteggiare, che aveva la sua base nel valore del ducato d'oro, diede origine alla lira di grossi a oro, al grosso a oro ed al piccolo a oro, così chiamati per distinguerli dalle monete dello stesso nome che si usavano nella lira di piccoli e che erano materialmente in circolazione.
Nei documenti contemporanei abbiamo esempi numerosi dell'una e dell'altra lira, e le Memorie di zecca ricordano che nell'anno 1408 le lire di grossi valevano L. 32 et a oro L. 48.