In Oriente le cose volgevano alla peggio per le vittorie del Sultano di Egitto, le quali facevano scomparire gli ultimi avanzi dei principati latini, istituiti dai crociati. Per gelosie di dominio e di commercio, rinacquero i dissapori fra Genova e Venezia, e, dopo lunga guerra e varia fortuna, i Veneziani furono sconfitti nelle acque di Curzola da Lamba Doria. Si intromise allora Marco Visconti e riuscì a stipulare una pace onorevole e vantaggiosa per entrambi i contendenti.

Anche nella penisola Venezia ebbe a lottare per le saline ed i forti eretti dai Padovani sul margine della laguna, e per sostenere il marchese d'Este contro i Bolognesi, Veronesi e Mantovani, che gli volevano togliere il possesso di Ferrara. Ma l'atto più importante, per cui si rese celebre il principato di Pietro Gradenigo, fu quello conosciuto sotto il nome di Serrata del Maggior Consiglio (1297). Forse questa legge fu creata allo scopo di escludere dal potere quelli che non appartenevano al partito dominante, forse coloro che la decretarono non ne compresero tutta la portata: certo è però che fu lungamente studiata e discussa, fu presentata più volte e fu voluta da quella parte che desiderava conservato il potere nelle mani dei severi e fermi aristocratici, ed ebbe per risultato la oligarchia che resse i destini di Venezia per ben cinque secoli senza interruzione.

Questa legge fu causa di discordie e di gravi torbidi nello stato; la congiura di Marin Bocconio (1300), quella di Bajamonte Tiepolo e Marco Querini (1310) dovettero essere vinte colle armi e colla severità; per cui il ducato di Pietro Gradenigo finì assai tristemente, sia per lotte intestine, sia per la guerra sfortunata di Ferrara e per la conseguente scomunica inflitta dal Pontefice, che recò non pochi danni a Venezia.

Nei registri del Maggior Consiglio e nei Capitolari dei massari si trovano non poche leggi e decreti relativi alla zecca, tutti però di indole amministrativa e di lieve importanza, non essendosi fatta alcuna novità nelle monete e nei valori. Nel suo importante lavoro sulle monete dei possedimenti veneziani Vincenzo Lazari (1) riporta una legge in data 7 marzo 1305 del Maggior Consiglio (2) che prescrive si debbano battere a Corone e Modone quelle specie di monete, che al doge e alla Signoria, unitamente ai provveditori, sembrassero più convenienti, essendo diminuiti i proventi di quei forti castelli, in causa delle monete fabbricate dai principi di Acaja e da altri di Romania, e danneggiati pure i commercianti. Non abbiamo alcun dato per sapere se quest'ordine abbia avuto esecuzione, e quali monete sieno uscite da tali officine. Non è però da ammettersi la supposizione espressa in forma assai riservata dal dottor Cumano (3), che ivi siano stati fabbricati quei nummi scodellati, che si rinvengono facilmente in Grecia e particolarmente in Morea, foggiati a modo di grossi e coi nomi dei dogi, anche antecedenti alla data di questo decreto. A me sembra che questi grossi, tanto doppi che semplici, nonché quelli piani, tutti di un titolo inferiore e talvolta anche di un peso minore dei veneziani, sieno prodotti di una malsana fabbricazione ad opera dei piccoli principi franchi poco scrupolosi, che si erano piantati sulle coste e nelle isole del Levante, i quali non possedevano un territorio abbastanza esteso per avere una circolazione propria ed imitavano con profitto la moneta veneziana, stimata e conosciuta da tutti.

L'infaticabile e fortunato signor Paolo Lambros è riuscito ad interpretare in modo soddisfacente alcune lettere, poste talora in modo aperto e chiaro, e tal'altra abilmente dissimulate in mezzo delle iscrizioni; le quali dànno la chiave della provenienza di alcuni ducati, grossi e soldini battuti in Oriente ad imitazione dei veneziani. Carlo Kunz ha richiamato l'attenzione dei numismatici su dei punti, che interrompono le iscrizioni di alcuni grossi e mezzi grossi di provenienza orientale, ma che a prima giunta erano stati creduti di fabbricazione veneziana, e probabilmente si riuscirà a scoprire il segreto di altri consimili enigmi, ma certo non si troverà la chiave per ispiegarli tutti, perché quei segni di riconoscimento sono fatti per celare la provenienza di tale fraudolenta operazione, non già per farne conoscere l'origine.

Più attendibile mi è parsa invece l'opinione del Lazari, che il decreto 7 marzo 1305 avesse di mira, più che altro, la fabbricazione dei torneselli abbondantissimi in quei tempi a Chiarenza nelle altre piccole zecche del Levante, progetto che non fu attuato, se non ai tempi di Andrea Dandolo, trattando dei quali avrò occasione di parlarne più diffusamente.

Allo scopo di completare le notizie intorno ai grossi, imitati nel Regno di Rascia, e di dimostrare quali erano le cure assidue del governo veneto per distruggere e togliere dalla circolazione le falsificazioni orientali ed italiane, ricorderò due decreti, che ci vengono tramandati dal Capitolare dei massari della moneta. Col primo, che porta la data del 24 giugno 1291 (4), il doge e la Signoria ordinano di tagliare per mezzo (per traversum) i denari grossi di Brescia e di Rascia, e tutte le altre monete fatte ad imitazione delle veneziane. Col secondo, del 24 giugno 1294 (5), si prescrive ai cittadini di portare alla zecca i grossi summentovati, i quali potranno, durante 15 giorni dalla pubblicazione dell'ordine, essere spesi per 28 piccoli nel distretto di Venezia, da Grado a Cavarzere. Passato questo termine, ognuno debba portarli alla zecca, che li pagherà 11 lire e 5 soldi per marca, con obbligo ai massari di fare gli assaggi e di rendere conto al doge ed alla Signoria dell'utile e del danno risultante da siffatta operazione.

[Nuova pagina]

MONETE DI PIETRO GRADENIGO.

Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).