Morto il doge Soranzo, i voti degli elettori si raccolsero su Francesco Dandolo, che era stato ambasciatore presso il Pontefice quando fu tolta la scomunica. L'avvenimento più importante del suo principato fu la guerra contro Mastino della Scala signore di Verona, padrone di Vicenza, di Padova, di Treviso e di molte altre importanti città, e che in quel momento era forse il più temuto sovrano d'Italia. Egli molestava i commerci colla terra ferma ed usava della sua potenza a danno di Venezia; per cui la Repubblica, stretta alleanza coi Fiorentini, coi Visconti, coi d'Este, coi Gonzaga e con quanti altri si dolevano di Mastino, o lo temevano, gli mosse aspra guerra. Il comando delle truppe alleate fu dato a Pietro De Rossi già signore di Parma, che avea fama di essere il migliore condottiere del suo tempo ed era stato spodestato dallo Scaligero. La guerra fu lunga e con varie vicende, ma finalmente Mastino della Scala, vinto e tradito, segnò una pace, nella quale, oltre a molte condizioni onerose e cessioni di territorio, dava Padova ai Carraresi e Treviso ai Veneziani, che fu il primo possesso della Repubblica in terra ferma.
Nei capitolari dei massari all'oro ed all'argento ed in quello dei Signori di notte si conservano alquanti decreti di questo tempo, che regolano la stima e l'affinamento dell'oro, il prezzo del metallo, l'utile proveniente dalla fabbricazione, la resa dei conti che ciascun massaro deve fare agli ufficiali de le Razon, ed altri meno importanti particolari nell'amministrazione della zecca (1). Altri decreti della Quarantìa si occupano di vasellami e di altri lavori di argento fatti dagli orefici, i quali devono prima avere il bollo dell'artefice, e quando, saggiati, sieno trovati di giusta lega, devono essere segnati col bollo di San Marco (2). Gli estimatori dell'oro a Rialto ed i soprastanti all'arte degli orefici hanno l'obbligo di sorvegliare all'esatto adempimento di tali prescrizioni, come pure al divieto di vendere argenti forestieri.
Merita pure di essere ricordata una legge, con cui il Maggior Consiglio nel 18 luglio 1331 (3) autorizza il Senato a trattare le cose dell'argento e delle monete assieme alla Quarantìa.
Mancano i registri della Quarantìa di quest'epoca, e quelli misti del Senato non cominciano se non dal 1332, per cui non abbiamo i decreti che ordinano la emissione di due nuove monete coniate da Francesco Dandolo esistenti in tutte le raccolte di monete veneziane, l'una delle quali rappresenta per la prima volta il soldo, ventesima parte della lira, l'altra la metà del grosso, detta perciò mezzanino. Entrambe sul diritto hanno il doge tenente in mano lo stendardo della croce, raffigurato in piedi nel mezzanino ed in ginocchio nel soldo; sul rovescio San Marco, nel mezzanino a mezzo busto, colla destra che benedice, e nel soldo in forma di lion; questo non è però disegnato in quel modo che più tardi divenne classico, ma è senza ali, rampante e col vessillo fra le zampe anteriori.
Le memorie storiche suppliscono alla deficienza di documenti, e pressoché tutte le cronache contemporanee, o fatte sopra memorie dell'epoca, notano il fatto con leggere varianti. Una Cronaca Veneta del secolo XVI, che si conserva nella Regia Biblioteca di San Marco (4) lo ricorda colle seguenti parole:
"Lanno de Xpo MCCCXXXIX el ditto missier Francesco Dandolo dose primieramente fese bater et cugnar una moneda chiamada mezanini, li qual valeva pizoli XVI l'uno et ancora soldini e questa moneda fo ditte vechie".
Un altro Codice esistente pure nella Biblioteca Marciana (5) pone all'anno 1328:
"ancora in sto tempo questo doxe fece cuniar tre sorte de monede una che si chiamava matapan, l'altra mezzanini che valeva piccoli 16 et la terza soldini de piccoli 12 l'uno".
La cronaca Magno (6) nomina soltanto il mezzanino e dimentica il soldino: Marino Sanuto (7) ricorda entrambe le monete, ma s'inganna nel prezzo del mezzanino, che dice equivalente ad un soldo e mezzo; mentre al tempo di Francesco Dandolo il grosso valeva 32 piccoli, e quindi la sua metà non poteva valerne che 16.
Nemmeno sull'epoca sono concordi i vari autori: le due cronache anonime più sopra citate stabiliscono la emissione, una nel 1328, l'altra nel 1339, Marino Sanuto nel 1337; ma nessuna di queste date dev'essere esatta, a quanto sembra, perché il Dandolo fu eletto doge nel 4 gennaio 1328 secondo l'usanza veneta, che corrisponde al 1329 dall'uso comune, e non è probabile che abbia coniato le nuove monete nel primo mese del suo regno. È certo però che la loro emissione fu ordinata assai prima del 1337, come lo dimostrano due documenti riportati dall'Azzoni Avogadro nella appendice del suo dotto lavoro sulle monete di Trevigi. Essi portano la data del 7 ed 8 novembre 1332 (8) e contengono la consultazione degli anziani del Comune di Treviso, e la lettera di quel podestà a Guglielmo Bevilacqua rappresentante i signori della Scala, dove si lamenta la introduzione di moneta nuova veneziana da 16 denari chiamata mezzanino, e molto più dell'altra da 12 denari, chiamata ginocchiello, perché si valutavano più del giusto loro pregio e sulla forma dei medesimi se ne fabbricavano di false. Per mettere in chiaro l'attendibilità dell'accusa, feci assaggiare le due monete e trovai che il mezzanino ha il titolo di 780 millesimi, ed il soldino 670 millesimi; i Trevisani avevano dunque ragione di lagnarsi delle due nuove monete, perché, sebbene il loro peso, relativamente al grosso, fosse eccedente, l'intrinseco era troppo scarso.