Nei volumi che ci rimangono, merita di essere citata la terminazione del 26 agosto 1348 (3), che autorizza il massaro di quindicina a far fabbricare quella quantità di bianchi che trovasse conveniente, dandone conto al suo successore, tanto nelle spese quanto nell'entrata, perché questa è l'ultima volta in cui si parla di una simile moneta, come è di questo doge l'ultimo bianco conosciuto. Nel 5 ottobre 1349 (4), la Quarantìa allo scopo di studiare la riforma della zecca, nomina tre savi (Giovanni Grimani, Michieletto Duodo e Donato Onoradi). Con lodevole sollecitudine essi presentano le loro proposte nel 15 ottobre (5), le quali vengono dallo stesso Consiglio approvate, e riguardano il ricevimento dell'argento, la consegna delle monete ai mercanti, l'utile che dalla coniazione deve ritrarre il Comune, i conti che devono presentare i massari ed altre disposizioni di minore importanza. Altro decreto della Quarantìa del 29 ottobre 1349 (6), il quale, constatando che la separazione testé fatta della zecca dell'oro da quella dell'argento, è più utile che dannosa al Comune, e che in tal modo si soddisfano più prontamente i mercanti, mantiene la divisione delle due zecche. Nel 21 novembre 1351 (7), lo stesso magistrato ordina che gli argenti forastieri inferiori di lega ai veneziani, non possano essere venduti a Venezia, ma sieno rotti, e nel febbraio 1353-1354 (8) proibisce di far fabbricare o coniare a Venezia e nello Stato moneta che sia collo stampo o forma della moneta forestiera.

Un provvedimento, di cui non posso darmi una spiegazione esatta e sicura, si è quello prescritto da una legge del Maggior Consiglio, in data 24 febbrajo 1352, che ordina a tutti gli ufficiali del Comune di non ricevere ducati se non bollati, essendo gli altri inferiori. Ora è strano che con una disposizione così generica e tassativa, riprodotta in diversi Capitolari (9), non si trovi sopra i ducati di quell'epoca alcun segno che possa interpretarsi per il bollo prescritto. Conviene però osservare che nel medio evo, ed anche dopo, si usò raccogliere in sacchetti o cartocci le monete, sia per non avere la fatica di enumerarle, sia per essere sicuri della perfezione e qualità dei pezzi. A Firenze, precisamente nel secolo XIV, si chiudevano in una piccola borsa i fiorini autentici e perfetti, e vi si poneva il suggello dell'autorità, per cui erano preferiti agli altri e si chiamavano fiorini di suggello. A Venezia non abbiamo memoria di una simile costumanza nelle monete d'oro, ma è possibile che si facesse anche qui per i ducati quello che si faceva a Firenze per i fiorini, tanto più che certi usi si generalizzano facilmente in luoghi e tempi vicini, e può darsi anche che si chiamassero ducati bollati non solo quelli chiusi in un sacchetto, ma tutti quelli buoni e perfetti in modo da meritare di esservi collocati.

Non mi fu possibile invece trovare tutti i documenti relativi a fatti della massima importanza per coloro che si occupano della storia numismatica di questo periodo, e cioè il decreto che eleva il valore del grosso a 4 soldi, e quello che istituisce il nuovo mezzanino. Questi fatti sono però ricordati nelle memorie storiche e nelle cronache con piccole differenze nei particolari, ed hanno la più valida conferma nelle monete che esistono col nome del doge Andrea Dandolo.

L'antico manoscritto che abbiamo già citato, intitolato "Eletioni, Deliberationi, Decreti etc., etc." riporta che nell'anno 1346 (10) il doge Andrea Dandolo fece battere una moneta che si chiamava mezzanino e valeva 16 piccoli, e che nel 1353 (11) si coniò una nuova moneta chiamata soldino. Altre due cronache, appartenenti pure alla Marciana, l'una delle quali è attribuita a Daniele Barbaro (12) l'altra è chiamata Bemba (13), raccontano che nell'anno 1347 fu decretata la coniazione di due sorta di monete, e cioè mezzanini e soldini.

Marino Sanuto (14) non parla dei mezzanini e si limita a notare la stampa dei nuovi soldi colle seguenti parole:

"nell'anno (1353) vedando venetiani i soi soldi erano stronzati atorno per tuorli l'arzento feno una nova sorte cuniar cum uno zerchio atorno aziò i non se podesse stronzar et quelli non haveano el ditto zerchio atorno non voleano si potesse spender".

Così altre cronache, senza occuparsi dei mezzanini, ricordano la coniazione dei soldini nell'anno 1353.

Anche le memorie di Zecca fanno menzione:

"Anno 1343 Prencipe D. D. Andrea Dandolo li Aurelij cressetero fino a soldi quatro l'uno et si nominarono grossoni. — 1343, Prencipe detto fu stampado moneta nova nominata quartaroli che era un quarto di grosson, valeva soldi uno l'uno".

La compilazione di epoca relativamente recente, che va sotto il nome di Memorie di Zecca (15), fatta dal Fedel Francesco Marchiori maestro di zecca, se non merita cieca fede rispetto ai tempi remoti o quando vi contraddicono i fatti e cronache, è però tratta da antiche carte e può servire di ajuto, allorché i documenti e le monete vi corrispondono. Essa cade in errore quì come altrove, nel dare a monete conosciute nomi inesatti, come quelli di aureli e grossoni ai grossi e di quartaroli ai soldi: cade in errore nell'ascrivere la riforma monetaria al 1343, anno della elezione del Dandolo, quasi ad indicare piuttosto il principato sotto cui furono coniate le monete, che la data vera dell'emissione. Noi però dal confronto colle altre notizie e dall'esame delle monete, possiamo rilevare che il nuovo mezzanino si cominciò a coniare nel 1346 o 1347, e che era valutato 16 piccoli. Esso ha il peso di 15 grani veneti abbondanti, di ottimo argento, e quindi il valore intrinseco di poco più di tre ottavi del grosso, per cui, correndo esso per 16 piccoli, ne viene naturalmente che il grosso aveva aumentato di pregio, o per dir meglio, il piccolo era rinvilito in modo, da non essere più un trentaduesimo del grosso, ma bensì un quarantesimo od un quarantaduesimo, e però è assai probabile che in questo tempo il grosso valesse 40 o 42 piccoli. Non essendo il mezzanino la metà del grosso effettivo, fu mutato il suo tipo in modo da non confonderlo con quello coniato da Francesco Dandolo, ma siccome alla nuova moneta fu conservato il valore di 16 piccoli, si può arguire che sino dai primi anni del principato di Andrea Dandolo si cominciasse ad usare del grosso ideale di 32 piccoli effettivi, di cui ho già parlato a proposito della lira di grossi, e di cui avrò occasione di occuparmi anche in seguito.