Quel po’ di fregola artistica che aveva scaldato già il mediocre versificatore, si è agghiacciata nella superstizione. Egli scrive alla sorella: «Tu mi credi occupato intorno alle antichità di Roma ed alle rovine. Niente affatto. Ho ammirato all’ingrosso, ho ammirato con piacere, sono contento d’aver visto quel che ho visto, ma dopo aver saziato la curiosità, la sola predilezione che mi sia rimasta è per le chiese. Oh! una chiesa! un altare! la certezza che Dio ama il culto che gli rendiamo! ecco quel che val meglio di tutte le curiosità antiche e moderne!» Ecco, non abbiamo intenzione di mancar di rispetto al povero Pellico, ma questo ci pare proprio un caso di rammollimento cerebrale.
Ma in tutta questa bigotteria miserabile non c’è un momento di lucido intervallo? Proprio il Pellico che soffrì per aver amato l’Italia è morto tutto, e non è sopravvissuto che il gesuita frigido, il torzone di dura cervice? Ahimè sì! Sentite in che modo spicciativo narra da Roma alla sorella i casi di Romagna: «Nella cittaduzza di Rimini c’è stata una rivoluzione passeggera. Alcuni malcontenti si erano impadroniti del governo, de’ quattrini e delle armi. Il papa mandò alcuni soldati e i malcontenti scapparono: ora tutto è tranquillo». L’ordine regna a Varsavia! C’è da credere che l’abbiano messo allo Spielberg per sbaglio.
Ma c’è un momento in cui il pover uomo si sente in vena, ed è quando descrive alla sorella l’udienza accordatagli dal papa: «Non temere per la salute mia, egli esclama, non temere! Ho la benedizione di un venerabile pontefice che ha 81 anni! Oh che degno ed amabile Santo Padre!» Era Gregoriaccio, il beone che passerà alla immortalità nelle satire del Belli! Il Pellico ne rimane incantato! e riceve divotamente le medagliuzze benedette colla superstiziosa fede di un cafone qualunque; e in un giorno di festa, egli che non visita i musei perchè si stanca, e in quello del Vaticano, dove gli tocca di andare per forza, nota solo che di quando in quando potè mettersi a sedere, egli segue divotamente una lunga processione, innamorato del «santo vecchio che seduto sul suo venerabile trono dà continuamente la sua benedizione», e sta attento perchè quella benedizione tocchi anche a lui.
Papa Gregorio solo a Roma ha la virtù di infondergli un po’ d’entusiasmo. Lo cerca, lo segue in San Pietro colla ansiosa ostinatezza di un innamorato e gli pare non essere mai stato benedetto abbastanza. Del suo romanticismo non gli resta che quel tanto che basti a mettere in canzonella i poveri Arcadi che cercavano di fargli buona accoglienza e di onorarlo quanto potevano. In carnevale dai balconi del Corso piange sulla vanità delle cose umane, compiange i poveri cavalli che corrono barbaramente spronati, ma non sa nemmeno se qualche povero diavolo sia cascato e morto sotto la furia dei corridori. In Trastevere la sua carrozza travolge un bambino che fortunatamente non si fa nulla e, poichè il vetturino è arrestato, egli non ha che un sol pensiero che lo turbi, quello di dover tornare a casa alla meglio. Ma trova un altro cocchiere, ed egli ritorna tranquillo, tanto più che il cardinale Lambruschini fa liberare subito l’arrestato, e la marchesa di Barolo fa quello che avrebbe dovuto fare lui, ciò s’informa della salute del bimbo e gli manda qualche denaro. L’amore è esclusivo, e l’amore di papa Gregorio gli empieva il cuore tanto, che non ci restava posto nemmeno per la pietà.
L’ultima lettera del Pellico a Roma finisce cogli entusiasmi delle funzioni della settimana santa; ed appena giunto a Torino alla notizia della elezione di Pio IX al pontificato, si rallegra pensando che il nuovo papa fu soldato, e crede che Gregorio in cielo abbia ottenuto così buona scelta.
A questo stato di cecità, di insensibilità, di debolezza mentale era giunto il povero Silvio. Nulla di generoso e di forte sopravviveva in lui, e la compagnia di Gesù lo aveva accuratamente potato. In questa sua miseria egli non scrisse più un verso che possa rimanere, una riga che possa giovare. La sventura gli velò l’intelligenza, gli corruppe il cuore, gli tolse la ragione. Le sue impressioni romane sono tali e quali le avrebbe potuto provare un cappuccino qualunque, un novizio corto di testa.
Anche questa rovina la dobbiamo ai gesuiti che non ringrazieremo mai abbastanza.