MONTE CORONARO
Molti trattati di geografia approvati, lodati e adottati nelle scuole, fanno nascere il Tevere e l’Arno dallo stesso monte, uno di qua l’altro di là, colla fraterna armonia di due gemelli. Non è giovato che Dante, buon conoscitore dell’Appennino, mettesse «il crudo sasso in tra Tevere ed Arno,» proprio quella Verna che, tanto dalla Falterona dove nasce l’Arno, quanto dal Fumaiolo dove nasce il Tevere, si vede azzurra e sfumata nella profondità dell’orizzonte. Non giovarono le parecchie diecine di miglia che sono tra le due sorgenti e le interposte cime di Camaldoli, dell’Alpe di Serra o del Bastione, per convertire i geografi che si copiano a vicenda. Il Governo, le commissioni, i provveditori, gl’ispettori, i maestri, approvano e benedicono le geografie sbagliate, e il Tevere e l’Arno nascono per gli scolari sempre dallo stesso monte. Potete credere, come noi, l’estate scorsa, benedicessimo cordialmente i geografi e le geografie di testo!
Da tre giorni infatti camminavamo in media sedici orette salendo e scendendo l’Appennino. La Falterona da un giorno non là vedevamo più, quando da Camaldoli, per Cotozzo, scendemmo a Badia Prataglia. Gli operai della strada tosco-romagnola, che valica l’Alpe di Serra a Mandrioli, riempivano l’unica osteria, e ci convenne dormire sui banchi e sulle tavole, di dove ci levammo alle tre del mattino indolenziti e pesti. Avevamo bevuto alla sorgente dell’Arno e volevamo bere ad ogni costo a quelle del Tevere.
Un giovinotto, che aveva a cottimo alcune opere lungo la via, ci fu guida sino al valico di Mandrioli. Chiuso e freddo come un vero montanaro, camminava tranquillamente nel buio senza dir parola, senza nemmeno animarsi ai dolorosi ricordi di Custoza dove era stato granatiere. Camminavamo silenziosi dietro di lui, senza sapere dove, ora sui ciottoli, ora sull’erba, ora tra i faggi che indovinavamo ritti ed immobili nell’oscurità. Salire i monti a notte alta, sotto i boschi che paiono addormentati, nel silenzio profondo, pei sentieri da capre ignoti e ripidi, è un piacere da non potersi dire. L’aria viva stimola il sangue, l’attenzione aguzza i sensi. Sentite lo scricchiolare sotto i piedi della foglia morta, il fruscìo delle frondi che strisciate, il respiro di chi vi precede. Vi sentite vicino, tra le frasche, certi movimenti misteriosi come se qualcuno ci fosse nascosto, e più lontano certi tonfi sordi come di un sasso che cada nella terra molle. E sopra questi tenui rumori sta il silenzio, il silenzio immane della montagna, il silenzio che sembra vegliare aspettando. E si cammina nel buio umido della macchia per sboccare qualche volta all’aperto in un chiarore grigio e diffuso che non lascia discernere nulla di preciso, ma sfuma in alto i profili dei monti come in una nebbia densa. Di tratto in tratto passa tra i rami immobili come un fremito leggero che si desta: poi si chetano e il cielo che appare tra le frasche diviene più bianco e si travedono come dietro a un vetro appannato i tronchi neri e le striscie chiare de’ torrentelli. Salimmo così fino al culmine dell’Alpe di Serra, e fino all’alba: poichè affacciati finalmente al valico di Mandrioli e ficcato l’occhio giù per l’aperta valle del Savio, una striscia quasi rosea ci segnò all’orizzonte l’aurora vicina e ci indicò il mare lontano, spiagge di Rimini e di Cattolica.
Ivi, proprio sulla spina dell’Appennino, proprio dove le acque si dividono per scendere all’oriente nell’Adriatico, all’occidente nel Mediterraneo, intirizziti dal venticello dell’alba, attendemmo la nuova guida, un operaio di Verghereto, che ci doveva condurre a Monte Coronaro. A poco a poco ci si vedeva meglio e nel versante toscano discernevamo il verde cupo dell’abetìo, mentre giù, nel romagnolo, la vallata più aperta e più nuda si colorava di toni grigiastri e freddi. Il monte Coronaro ed il monte Fumaiolo si disegnavano nettamente nel cielo di un bianco azzurrognolo, e lungo i loro fianchi si distinguevano le larghe chiazze bige impressevi dalla sterilità.
E lungo il crine dell’Alpe di Serra, volgendo colla nuova guida al sud-est-sud, ripigliammo il viaggio. Il mattino era desto, e guardando giù tra i faggi, vedevamo le pecore nei prati verdi salire al pascolo e ci pareva d’essere in Arcadia. L’ecloga era dappertutto e l’idillio cantava dentro di noi. Quanto era lontana la città colle sue vie roventi, colle sue botteghe che soffiano l’afa, co’ bugigattoli dove s’arrostisce vivi! Quant’erano lontani i caffè asfissianti, i teatri ribollenti, gli uffici, le mosche, i telegrammi Stefani! Arcadia! Arcadia! E ci tornavano in mente versi di Virgilio e di Iacopo Sannazzaro, strofe di Andrea Chènier che non sapevamo di ricordare. E laggiù, dall’orizzonte rosso, prorompevano fasci di luce gialla e le cime si coloravano e i monti, gli alberi, i prati si destavano in un inno di gioia e di resurrezione. Il sole! Il sole!
Ma l’idillio finì. In faccia al casale detto Gualchereti lasciammo la schiena dell’Alpe di Serra che segue salendo sino al poggio del Bastione, e scendemmo giù nella valle del Savio, giù sino a Folcente, per risalir poi verso Montioni e Monte Coronaro. La discesa fu terribile e terribilmente lunga. Per coste impervie, aride, sassose, ripidissime, ci convenne ruinare a valle, chiedendo difficili sforzi alle povere gambe già strapazzate da tre giorni di viaggio faticoso. Il sole cominciava a scottare ed i faggetti li avevamo lasciati più in alto. I ciottoli smossi dai nostri piedi rotolavano giù saltando e si perdevano e come loro ci bisognava scendere, scendere sempre, ansando e sudando. Addio l’idillio! Se il breve fiato ce lo avesse permesso, avremmo recitato i più terribili versi della discesa dantesca in Malebolge, tutto di pietra e di color ferrigno.
A mezza costa, in un pianerottolo dove per ironia c’era un po’ d’erba e un po’ d’acqua, sedemmo a mangiare un boccone, e poi giù di nuovo, col sole in faccia e il cielo che pareva uno speccio d’acciaio. E, come piacque al destino, dopo un’ora di questa terribile via, ci trovammo giù in fondo, sotto Folcente, accanto ad una croce di pietra, in un poco d’ombra. Ci buttammo tutti sull’erba a respirare; anche la guida. La voluttà di un quarto d’ora di riposo ce la eravamo guadagnata.
Poi su di nuovo, verso Montioni, sudando sempre, ansando sempre. Non più alberi, non più erba, non un segno di vegetazione. Il terreno duro, friabile, cenerognolo, non consente la vita nemmeno alla gramigna e tutto porta il marchio di una desolazione squallida, di una aridità grigia da non invidiare il deserto. Ci pareva di camminare sulle ceneri semispente di un focolare, e nell’aria secca ed infocata il riflesso del sole accecava e le ombre si disegnavano dure, taglienti, nerissime. A sinistra, negli sbattimenti bianchi della luce meridiana, strizzando gli occhi si discerneva Verghereto, povero comunello perduto su questi monti ingrati cui gli Annali Camaldolesi tentarono indarno di acquistar fama col supposto castello di Uguccione della Faggiola. E via via, per questa cenere maledetta che le acque pioventi trasformano in lisciva e portano al Savio, per questi declivi calcinati che franano ad ogni stagione, giungemmo alle falde del Monte Fumaiolo, nel povero villaggio di monte Coronaro.