È inutile: la fregola dell’applauso pubblica trascina tutti, anche coloro che si drappeggiano nella impopolarità come in una clamide imperatoria. I seicentisti usavano la metafora il teatro del mondo; e noi che abbominiamo il seicento per sentita a dire, senza averlo mai studiato anche superficialmente, abbomineremo anche questa metafora che pure è giustissima, poichè il mondo è proprio un teatro. Il pubblico paga, è stimato una mandra di asini, ma si riserba il grande diritto di fischiare o d’applaudire: gli artisti sprezzano superbamente la platea ma campano di lei e per lei, svengono se fischiati, si gonfiano se applauditi e diventano commendatori. Parlo degli artisti in generale, poichè le esclusioni da fare sono poche o nessuna. Dall’infimo gradino al più alto, dal burattinaio al poeta, dal cavadenti al diplomatico, tutti posano oramai per questo pubblico che inter pocula affettano di spregiare.
Già stampare un libro, esporre un quadro od una statua, far recitare un dramma, concludere un trattato, firmare una legge, non è altro che esporsi ai giudizi della platea che oggi fa gli uomini grandi o contenti: i palchi non contano più e la platea stessa teme che lo scettro della sovranità non passi al loggione.
Guardate i diplomatici, la gente che fa professione di esser fredda come il ghiaccio ed insensibile come l’insensibilità. Anche essi hanno finito col cedere a questa massima delle potenze umane, la platea: hanno capito che la immortalità, la fama, la lode, non vengono più dalle corti, dalle conversazioni, dalle accademie, ma che il pubblico è l’arbitro supremo ed inappellabile. Vi ricordate il processo del conte d’Arnim, le interpellanze pel libro del La Marmora, tutta la fatica che si fa perchè i secreti diplomatici non vengano a galla? Per contentare questo pubblico, cui bisogna finire col rendere i conti, si sono inventati i libri turchini, rossi, verdi e gialli: raccolte di quei documenti che possono esser liberati alle stampe senza pericolo di pettegolezzi. Ma il pubblico non si contenta e i diplomatici capiscono che debbono contentarlo per forza; ed ecco i comunicati ufficiosi, le indiscrezioni volute, le rivelazioni inopportune, le bugie, le verità, le calunnie e le adulazioni che vanno e vengono con onda alterna, lambendo umilmente la spiaggia dove lo spregiato pubblico pianta robustamente i suoi democratici piedi; ecco gli artisti che scrivono opuscoli, autobiografie, invettive, dove s’invoca la platea come giudice dei disprezzi troppo superbi e troppo sterili dell’arte del pubblico che paga: ecco, per dir tutto, che Napoleone cerca di giustificarsi nei manoscritti di Sant’Elena, che Talleyrand lascia un volume o due, ricordi prossimi ad essere pubblicati: e che Metternich il freddissimo, l’insensibilissimo Metternich, solleva il coperchio del sepolcro e cerca d’ingannarci ancora con le sue giustificazioni d’oltretomba e s’inchina, riluttante e ringhioso, al giudizio della platea che odiava. Valeva proprio la pena di fare i trattati del 1815, di trionfare ai Congressi di Carlsbad, di Lubiana, di Verona, perchè i posteri giudicassero poi a modo loro, perchè il figlio d’un povero farmacista si sentisse in diritto di non accogliere le giustificazioni preparate dal Serenissimo Principe, e di metterle in canzonetta sulle pagine di questo libriccino.
Lascio stare la politica. In quel benedetto regno tutti giudicano secondo il partito cui appartengono e sopprimono, incoscienti, le proprie convinzioni personali pel trionfo d’un uomo o d’una bandiera. Ma nei quattro primi volumi delle Memorie di Metternich ci sono parecchi fogli di stampa che non trattano di politica e, senza passione, si può ragionarne. Nel terzo volume specialmente ci sono molte lettere scritte dall’Italia, e per dire fin da principio l’impressione che quelle lettere lasciano in un italiano mediocremente colto, per dirlo anzi in termini garbati e parlamentari, diremo che non si può essere più corto, più volgare, più talpa di Sua Altezza il principe Clemente Venceslao Nepomuceno Lotario di Metternich, Cancelliere di Corte e di Stato dell’Impero d’Austria.
Io credo che se Ferdinando Martini non avesse fatto altro, avrebbe dato già una prova di grande ingegno definendo, come definì, il principe di Metternich un grande impiegato.
Non credo che un viaggiatore possa essere più trivialmente volgare del principe quando scrive le impressioni ricevute dalla natura o dall’arte italiana. La più frigida miss inglese scrive con maggior entusiasmo e con maggiore intelligenza gli scarabocchi del suo giornale di viaggio. Ho il sospetto che il principe copiasse qualche Guida o cresimasse come sue le bestialità di qualche cicerone patentato, e che scrivesse di suo solo le variazioni di temperatura; come quando in faccia alla divina veduta della Toscana non sa dire altro che c’è una finestra dalla quale si vedono quattro mila case e che dalle undici alle cinque fa caldo. E questo sospetto cresce quando sento il principe dire: «Una cosa notevole di questo paese è la qualità di coltura che si trova nel popolo. Non c’è un contadino che non parli la sua lingua con tutta la ricercatezza e l’eleganza di un accademico della Crusca. Parlare con questa brava gente è cosa curiosa, poichè parlano come si parla nelle illustri sale di conversazione, senza dialetto e senza quelle grida e quegli scoppi di voce che si sentono nel resto d’Italia. Un vignaiuolo che aveva l’aspetto quasi di un negro mi fece da cicerone e mi raccontò tutto, mi spiegò tutto, come avrebbe potuto fare un antiquario».
Povero principe! Certo qualcuno gli diede ad intendere queste sciocchezze per canzonarlo, e lasceremo a carico della sua coscienza la ricercatezza e l’eleganza del discorso degli accademici della Crusca, il purgato dire dei vignaiuoli di Fiesole (Dio.... buono!) e la scienza archeologica che si trova così facilmente fuori di porta San Gallo, come le pietre nere su pel Mugnone. E gli lasceremo l’entusiasmo che prova pei vasi di alabastro e tutte le furberie dei negozianti e dei figurinai del Lungo Arno, entusiasmi che mostrano in lui una perfetta assenza d’ogni gusto d’arte, una innata volgarità, una grave atrofia d’ingegno. Il figlio, che pubblicò queste Memorie, scelse la parte di Cam; ma avrebbe fatto meglio, come Sem e Jafet, a coprire le miserie paterne.
Lasciamo pure la politica, benchè, senza offendere le convinzioni di nessuno, si possa meravigliare come un grand’uomo di Stato come il Metternich, da Napoli alla vigilia dei moti del 1821, scriva che il Re è amato da tutti e che le due Sicilie saranno l’ultimo paese in cui la rivoluzione potrà tentare una levata di scudi. Ma ad ogni modo bisognerà pur convenire che, quando un uomo di una certa coltura, giunto ad una altezza dove pochi giungono, che si ritiene quasi infallibile e che scrive confidenzialmente quel che gli esce dal cuore e scrive a quel modo, bisogna che senta ben poco e intenda meno, se, in faccia a spettacoli od a capolavori che commoverebbero un maniscalco, non sa trovare che una frase minchiona, sempre quella: «Non si può veder nulla di più bello.» Davanti alla Venere dei Medici, alla Madonna della Scodella, agli splendidi orizzonti toscani, al verde paradiso dei bagni di Lucca, dove persino l’acredine germanica di Enrico Heine si temperò fino all’atticismo, il povero principe sente di essere obbligato ad entusiasmarsi e si flagella i fianchi per trovar qualche cosa e non sa scrivere alla moglie altro che la frase stereotipa ed eterna: «Non si può veder nulla di più bello». Povera principessa! Giova sperare che sarà stata più forte della Regina di Spagna nel Ruy Blas di Victor Hugo, la quale nell’ora della tentazione riceve dal marito la nota lettera: «Madame, il fait gran vent, et j’ai tué six loups».