Comunque sia, è evidente che il Metternich, il quale era troppo religioso e troppo prudente per cercare distrazioni passeggere al suo stato vedovile, e che d’altra parte aveva bisogno di una dama che sapesse ricevere degnamente i suoi invitati, scelse la contessa Zichy con tutt’altri criteri che quelli dell’affetto comune. Due settimane dopo le nozze, parla d’affari alla moglie, la quale si sforza a capirli, sapendo bene che diverranno una obbligazione per lei. Si fa leggere da lei i dispacci, le parla di politica, e la principessa racconta ingenuamente ch’egli continua questi discorsi anche quando la sera, dopo la partenza degl’invitati, rimane con lei da solo a sola, nell’intimità. Qualche volta pare che la moglie senta la tristezza di questa vita consacrata tutta ai comodi di un vecchio; ha degli impeti di espansione che non trovano sfogo e tre mesi appena dopo il matrimonio, dice tristamente: «Ah, chi potesse trovare il tempo di parlare con lui!» Intanto il principe ha raggiunto il suo scopo. La principessa presiede ammirabilmente alle sue feste, e nell’intimità è divenuta la sua paziente lettrice. Aveva preso moglie pei suoi comodi e pei suoi incomodi, ed era stato felice nella scelta. I vecchi però non s’illudano. Non è facile essere così fortunati.
Nel primo anno, la principessa è quasi spaventata dell’altezza su cui si trova. Ha il capogiro e tutto le dà i brividi della paura. Il primo anno del suo diario è tutto pieno di questi spaventi, e ad ogni tumulto che accade, anche nelle più lontane plaghe d’Europa, le pare che il mondo debba finire a sconquasso. E’ ben vero che nel 1831 anche il cancelliere aveva paura e scriveva ad Apponyi, ambasciatore austriaco a Parigi, queste parole: «La situazione generale delle cose è delle più pericolose. Sapete che io non sono di quelli che disperano facilmente del buon successo della cosa pubblica, eppure la mia coscienza mi dice che i pericoli sono più grandi delle probabilità di salute». Lo diceva lui che credeva d’aver stritolato Napoleone! E’ naturale dunque che la principessa tremasse più di lui: ma non tardò molto a riprendere l’equilibrio. Il primo gennaio del 1834 si sentiva così padrona di sè e del marito, da gittare un sanguinoso insulto in faccia a Luigi Filippo nella persona del suo ambasciatore.
Ella narra la cosa a questo modo: «Questa sera non si parlava che della risposta che feci al signor di Saint-Aulaire il 1º gennaio. Portavo una specie di corona di diamanti ed egli mi disse: “Ma, principessa, ella ha in testa una corona,” ed io senza commuovermi replicai: “E perchè no? E’ mia, e se non fosse mia non la porterei.” Questa storiella ha fatto rapidamente il giro della società e gli arciduchi me ne hanno parlato; il che ci secca, perchè lo saprà il pubblico e Clemente me ne rimprovererà.» E’ inutile spiegare come in quella risposta impertinente fosse un’allusione troppo chiara alla corona di Luigi Filippo; corona, secondo le conosciute opinioni della principessa, usurpata ai legittimi possessori.
Come si vede, la principessa non era più la timida sposina di tre anni avanti. E più impertinenti sono le risposte date all’ambasciatore che dodici giorni dopo veniva a chiedere spiegazioni. «A mezz’ora dopo mezzodì; entrò da me con aspetto molto serio. Gli dissi che mi pareva che venisse da me con intenzioni ostili e che ero pronta a sostenere una lotta ad oltranza, ed egli rispose molto serio che non veniva a scherzare sopra cose gravi. Suonai per far chiamare mio marito, che venne subito. Allora il signor di Sante-Aulaire, visibilmente irritato, ripetè la risposta che gli avevo fatto il primo dell’anno. Aggiunse ch’egli m’aveva inteso dire parole più o meno convenienti, ma che non avrebbe creduto ch’io le avrei ripetute. Disse che da tutte le parti erano venuti a raccontargli che m’ero vantata di questa risposta offensiva e che anzi aveva aggiunto: «Gliene ho ben detto delle peggio!» Io non mi sconcertai un momento, e gli dissi che non potevo negare di aver dichiarato con intenzione che se la corona che portavo non fosse stata mia, non l’avrei portata; ma che tuttavia non avevo ripetuto quella dichiarazione, sopratutto perchè l’occasione non s’era presentata, e poi perchè anche avendo pochissime simpatie pel suo Governo e tutto quel che lo riguarda, non avevo però mai avuta l’idea di offender lui personalmente e di recar dispiacere a sua moglie ed i suoi figli che ritenevo buoni ed onesti».
La risposta era garbata per la persona, ma offensiva per l’ambasciatore e il suo Governo. Ad ogni modo la faccenda si quietò mettendo ogni cosa sul conto dei mettimale, ed anche forse perchè non conveniva al Governo francese dar troppo importanza alle malignità di una pettegola. E’ però curiosa la versione ufficiale che il Cancelliere ne diede ad Apponyi. «Il primo dell’anno avevo riunito presso di me ad un gran pranzo il corpo diplomatico, ed ecco quel che è successo. Mia moglie aveva un abbigliamento come la circostanza richiedeva ed il signor Sainte-Aulaire le ha detto: “Che bei diamanti Ella ha! Sono superbi! Sono proprio gioie della Corona!” Melania, un po’ impazientita, poichè parecchie persone le avevano parlato del suo abbigliamento, al quale, come sapete, non dà gran peso, rispose: “I miei diamanti sono quelli che sono. Li porto come me li hanno dati e non li ho rubati”». E seguono istruzioni per mettere il resto sul conto delle chiacchiere maligne.
Il Cancelliere mente, poichè la principessa nel suo diario non aveva ragione di mentire. È chiaro lo studio di sostituire diamanti a corona, per togliere l’allusione; ma è anche chiaro che la principessa aveva già la lingua e l’orgoglio che ebbe sempre da poi. Infatti ella divise a Vienna l’impopolarità di suo marito; e il suo salotto, frequentato dai più superbi reazionari dell’impero, pareva il centro delle idee più aristocratiche e retrograde.
Potevano infatti essere diverse le idee d’una donna cui fino dal primo giorno delle nozze mancò l’amore che ingentilisce l’anima? Dicono che sarà perdonato molto a quelli che hanno amato molto, ma io credo che in buona giustizia si debba perdonare di più a quelli che non hanno potuto amare.