Perdetti l’appetito e il sonno. Feci due larghi pesti sotto gli occhi e diventai più rustico, più chiuso di prima. Piangevo spesso ed aveva sempre come una fitta al cuore. Ebbi la febbre, e scesi all’infermeria, dove le cure e le distrazioni mi calmarono un poco. Il tempo fece il resto, ma la piaga di quel primo amore, lasciò una cicatrice che, a toccarla, si risente. Alle volte, come l’amputato, mi dolgo dove non dovrebbe poter essere più il dolore, e spesso poi quelle prime sensazioni, quei primi calori della mia vita affettiva, mi ritornano alla memoria con una vivacità che mi fa paura. Il mio primo amore, poveretto, non fu sepolto bene; ritorna qui a domandarmi la pace dei morti.

Dico ritorna qui, perchè quel ritratto, signora, era il suo.


CASTEL DEBOLE


Non lo invento io.

Castel Debole non è ora che un povero casale sul Reno, tra Borgo Panigale e Casalecchio, cioè tra la prima e la seconda stazione della ferrovia Bologna-Firenze; ma una volta, quando si chiamava Castel Forte, era una rocca inespugnabile che dominava un guado importante del fiume, pochi chilometri al ponente di Bologna. Ed ecco la sua leggenda, che non ha nulla d’inverosimile.

Verso il mille (le date sono incertissime) Castel Forte era di Maghinardo, o Manardo, figlio di Ugolino da Tizzano. Non so da quanto tempo la famiglia da Tizzano possedesse quel feudo; ma pare che non fosse da molto. A ogni modo, quando Ugolino morì, Manardo era appena ventenne, e la morte del padre, seguita pochi giorni dopo quella della madre e di Bertrada sua zia paterna, lo afflisse per modo che voleva farsi monaco dell’abazia di Labante. La sua vocazione era tenuta viva da un prete, che la leggenda chiama sacerdos Medulanus, senza dirne il nome.