Il fiume non è profondo, ma dopo alcuni passi fatti con l’acqua sino alla caviglia, si trova improvvisamente uno scalino giù dal quale si da un tuffo alla cintola. Manardo ascoltava suo malgrado il rumore del piedino di Elda nell’acqua, allorchè la giovinetta gittò un grido di spavento. Egli si trovò ritto senza saper come, e...... guardò!

Elda aveva gridato dando il tuffo sino alla cintola nell’acqua fredda. Non era nulla ed ora rideva; ma... era il plenilunio!

A quella fascinatrice rivelazione della bellezza, Manardo rimase con gli occhi sbarrati, coi nervi tesi e il singhiozzo nella gola riarsa. La fanciulla, ignorando di esser vista, concedeva tutto il candore delle forme agli sguardi del giovane. Rideva, e le divine curve del torso emergevano dall’acqua che le aveva abbracciate con una carezza fosforescente. E ritta sulle anche, sotto i baci della bianca luna, levò le braccia e le portò indietro per sciogliersi i capelli, lasciando ingenuamente trionfare tutta la gloria della sua virginea e superba nudità.

Manardo si sentì soffocare. Gli mancò la vista e cadde rovescio con un rantolo disperato.

Rinvenne disteso sull’erba, e le due donne, appena rivestite, lo soccorrevano. Berta sorrise vedendolo aprir gli occhi, mentre Elda si allontanava arrossendo.

Non so se le nozze fossero celebrate dal sacerdote Medulano, che dovette intenderla male. Certo il castello rimase per allora ai Ghibellini, e i Bolognesi, per dispetto, d’allora in poi lo chiamarono Castel Debole.


IL QUARTO SACRAMENTO