Che se, vincendo l'arsa
Rabbia del sol rovente,
Sudata lungamente
Cresce la messe scarsa,
Lo scarno agricoltore
La miete al suo signore;

E a lui la terra magra
Matura il reo frumento
Che gli distilla il lento
Velen della pellagra,
Quando clemente il cielo
Non l'arde in sullo stelo….
…………………….

[*] Frammento. Tutti ricordano ancora la fame sofferta dagli
infelici abitatori di Sambuci (Roma) nell'inverno del 1895.

A VENERE GENITRICE

INNO

In lectulo meo per noctes quaesivi quem diligit anima mea: quaesivi illum et non inveni, CANT. CANTICOR. III. I.

—«Guarda, mortal, le fiamme
De' larghi occhi lucenti
E le chiome fluenti
Sulle superbe mamme.
Guarda! L'estremo lembo
Gittai che ti copriva
La pubertà giuliva
Che mi fiorisce in grembo.

Vieni e sui fior ti giaci
E me sui fior ricevi;
Tra le mie labbra bevi
Il dolce miel de' baci,
I lombi miei circonda
Con le possenti braccia,
Stringimi al sen la faccia
E l'amor mio feconda.»—

Così parlò e sorrise
La Dea porgendo il fianco
Soavemente bianco
Al giovinetto Anchise
Poi volse le parole
In gemiti sommessi
E dei divini amplessi
Fu testimonio il sole.

Vittima anch'io d'Amore
Omai dispero aita
Poi che la sua ferita
Mi sanguina nel core,
Nè lacrimar mi vale
Nè maledir, costretta
A spasimar soletta
Sul vergine guanciale.