—Questo può darsi, ma dovrebbe giudicarne un terzo che ci conoscesse a fondo l'uno e l'altro. Intanto io ho il vantaggio di comparire in faccia tua come un povero galantuomo da te sedotto al male. Dopo dieci o dodici anni di dimenticanza, tu sei venuto a stringermi la mano, e a trarmi dalla mia pacifica inazione. Tu mi hai tastato bel bello per accertarti se io era ancora quella buona lana dei nostri tempi di gioventù. Mi hai trovato il medesimo, e per giunta quasi al verde del mio patrimonio, due ottime circostanze perchè tu avessi a propormi questo affare, e perchè io avessi ad accettarlo, mediante la ricompensa di cinquantamila lire. Dunque non disputiamo sulla preminenza dei nostri meriti rispettivi. Noi siamo due mariuoli che abbiamo l'abilità di passare per uomini onesti.

—Però la mia riputazione di onestà….

—Sì, è più grande e più estesa della mia. Sai tu il perchè? Perchè io non sono ricco, perchè non ho sublimi relazioni sociali, perchè non fo elemosine a suono di tamburo, e perchè il mio nome non è scritto sugli elenchi delle pie congregazioni. Di questa mia inferiorità mi consola per altro il pensiero, che io sono il solo uomo al mondo che ti conosca intimamente, e dinanzi al quale tu debba per forza levarti la maschera. Credimi, che io provo un vivo piacere ed una soddisfazione viva non meno al vederti discendere dal piedestallo della tua virtù per avvoltolarti secretamente nel fango del delitto. Io solo vedo sulla tua faccia dileguarsi l'impronta della venerabile austerità, e comparirvi l'espression dei ribaldi sentimenti che covi nel fondo dell'anima. Per me solo la tua bocca parla il linguaggio della furfanteria, mentre per ogni altra persona si apre il linguaggio dell'onore e della morale. Vivaddio, la è una metamorfosi molto interessante, alla quale io solo ho il privilegio di assistere. Quando ti vedo passare nella tua carrozza, o in quella di qualche semidio che tu adori ed inganni, io dico mentalmente e ridendo sotto la barba: Ecco là come sono fondate certe riputazioni di virtù e di santità.

—A che proposito queste insolenti invettive?

—Senza rancore, mio caro Fabio. Non è che io biasimi la tua ipocrisia, perchè finalmente io pure sono tinto della stessa pece. Ho voluto soltanto dirti, che non istà bene il vantarmi sul viso la superiorità del tuo creditore la fortuna de' tuoi buoni successi nell'arte dell'impostura. Sappi però che io sono Tartuffo e volpe più di te.

—Lo so benissimo, caro mio. Appunto mi sono fidato di te per la tua gran furberia e perizia nel saperla dare ad intendere. Tu adempi benissimo l'ufficio pel quale ti ho collocato al fianco di Faustino.

—Tu mi rendi giustizia col lodare la sottigliezza del mio ingegno. Faustino mi crede lo strumento passivo e quasi ritroso delle sue volontà. Le mie insinuazioni sono così acute, che invece di seduttore mi danno l'apparenza di sedotto. Egli deve applaudirsi in secreto d'avermi saputo piegare a compiacerlo. Comandare fingendo di ubbidire, guidare col farsi credere guidato, ecco il difficile dell'arte.

—Bravo, così va bene. Ti raccomando sempre la prudenza in faccia al mondo. Guárdati soprattutto dal compromettermi nè punto nè poco in questa faccenda. Io potrei essermi ingannato sul tuo conto, ma la mia buona fede deve rimanere intatta. Guai se venissi sospettato della più piccola intelligenza con te!

—Già già, ti comprendo benissimo. Tu vuoi restar sempre l'ottimo tutore, l'amorevole zio, la perla degli uomini onorati, l'ammirazione di tutta la città.

—Un giorno mi convertirò davvero, e meriterò la stima che ho finora usurpata.