—Alla finestra, poco prima della tua venuta. Io fui capace di discendere dal letto, e di condurmi fin là.
—Imprudente! Io dovrei sgridarti per lo sforzo e per la commozione che avrai sostenuto, ma sarebbe inutile dopo il fatto. Or bene?
—Or bene, ci siamo guardati e salutati colla più grande passione. Aimè, quale angoscia il non poterci veder più da vicino, e dirci più chiaramente quello che proviamo di piacere e di tormento. Se avessi alcun che di lei, una sua memoria da tenermi sul cuore!
—Viva il cielo, te la procurerò io, esclamò Leonardo, come colpito da un'idea felice. Era l'idea di confortare con una dolce illusione gli ultimi giorni di Faustino. Era un nuovo suggerimento della coscienza e della pietà che tardi e debolmente si risvegliarono. Egli prese le forbici e tagliò una ciocca di capegli del giovane, soggiungendo: Luigia riceverà questi tuoi capegli, e ne darà altrettanti de' suoi.
—Sarebbe mai possibile! disse Faustino animandosi per quanto gli era concesso, e mutando il pallore del cadaverico volto in una rosea tinta leggiera. Sarebbe mai possibile questo ricambio! Come riuscirai ad effettuarlo?
—Mediante la cameriera di Luigia, che io conosco e che saprò interessare a favorirci.
Il giorno dopo Leonardo si presentò al letto di Faustino con una ciocca di capegli biondi soavemente profumata e ravvolta in finissima carta. L'anima e le forze vitali del giovane si distribuirono nelle mani, negli occhi e nelle labbra di lui, che tenevano, guardavano e baciavano quel tesoro. Povero ingannato! Povero trastullo dei malvagi anche sul limitare della fossa! Ma di quest'ultimo inganno poco importa; egli non sentivasi per ciò meno felice. Egli credeva di possedere e baciare i capegli di Luigia, e tanto bastava a procurargli una gioja immensa. Il fatto sta che quei capegli appartenevano ad una delle giovani svergognate che avevano contribuito alla sua rovina. Questa baratteria, questo burlarsi dei sentimenti di un moribondo era cosa degna del tristo e fraudolento Leonardo. Se non altro Faustino aveva un talismano che serviva a mantenerlo nella gemina speranza della sua guarigione e delle sue nozze con Luigia. Eppure al misero non restavano che pochi giorni di vita. I soccorsi dell'arte non potevano più nulla per lui; i medici avevano già dato la loro sentenza, e lo visitavano ormai per solo atto di formalità. Il signor Fabio pareva costernato, e ordinava preghiere e tridui nei santuarii della città, onde impetrare il risanamento del nipote. Il manigoldo prendeva a gabbo anche il cielo, domandandogli un miracolo che mai non avrebbe voluto ottenere. Una sera sullo scorcio di ottobre Faustino spirò senza agonia e così tranquillamente come se si fosse addormentato. Tutti gli astanti piangevano quella morte immatura e compassionevole. Chi lo crederebbe? Anche le lacrime del signor Fabio e di Leonardo erano abbondanti, e quello che più fa stupire, erano sincere e spremute da una specie di dolore. Ciò ricorda il detto volgare che il coccodrillo uccide e poi piange le sue vittime. Egli è vero che il loro dolore finì prestissimo, ma ripetiamo che non era una finzione. Non si può ridere internamente, nè simulare il pianto che per la morte di un nemico, di alcuno che si odiava. Il signor Fabio e Leonardo non erano punto nemici di Faustino, nè gli portavano il più piccolo odio. Anzi possiamo dire che lo amavano alla lor maniera. Con tutto ciò si sarebbero guardati bene dal desiderarlo risuscitato, e molto meno guarito. La sua morte fruttava a Leonardo il premio di cinquantamila lire, e al signor Fabio l'eredità di capitali, case e terreni per due grossi milioni. Egli era il solo parente di Faustino.
I funerali furono solenni per numeroso corteo e profusione di ceri. Oltre un centinaio di preti, vi assistevano gli individui di molte confraternite e case di beneficenza. Il signor Fabio fece distribuire elemosine ai poveri della parrocchia affinchè pregassero per l'anima del defunto. Fra la moltitudine accorsa nella chiesa addobbata di nero, si vedeva Luigia e la sua governante inginocchiate in una cappella appartata. La giovinetta gemeva secretamente e nascondeva sotto il velo le sue lacrime acerbe. Povera angioletta! Povero cuore sensitivo e piagato d'infelice amore! Quanti affanni, quanti sospiri, quante notti insonni! Abbi pazienza, creatura bella, e il tempo apporterà rimedio al tuo penare. A poco a poco la memoria di Faustino sarà cancellata; non andrà molto che tu accenderai un altro amore, e quello non sarà infelice.
Sul monumento funebre di Faustino sono registrate le ottime qualità che aveva perdute, e le virtù di cui non possedeva che i germi isteriliti per colpa de' suoi esecrabili pervertitori. L'epitaffio dice che lo zio amava il giovane con affetto paterno, e che il dolore della sua perdita sarà inconsolabile. Generalmente parlando le iscrizioni mortuarie non meritano gran fede, ma come non credere a quella dettata dal signor Fabio sul sepolcro di Faustino? Come dubitare del suo amore verso il nipote, e della sua afflizione per averlo perduto? Questi sentimenti non possono essere finti in un uomo che professa la virtù, e che possiede la stima de' suoi concittadini. Così nessuno li revoca in dubbio, e tutti prendono parte al suo cordoglio.
Leonardo ha portato a casa le sue cinquantamila lire in tanto bell'oro, e non vede più il signor Fabio, se non quando lo incontra per caso. Di giorno egli è passabilmente allegro, ma la notte si addormenta a stento, e fa dei sogni paurosi. Alle volte gli appare il fantasma di Faustino che lo minaccia, e gli domanda conto del governo che ha fatto di lui. Leonardo si risveglia tutto sudato, si frega gli occhi e si lamenta della brutta visione. Per consolarsene, accende il lume, apre la cassa del tesoro, e colle mani e cogli sguardi si procura sensazioni e pensieri gradevoli.