— V’ingannate, dottore. Mille e mille altri amano più di me l’Italia e mi superano nell’aver contribuito al suo risorgimento. Dove nessuno mi vince si è nell’odio al governo papale, e nella brama di vederlo distrutto. Se io ho congiurato incessantemente e profuso danaro per propagare la congiura, se ho subìto il carcere e l’esiglio, se ho combattuto a Roma nel 1849, e ultimamente nel regno delle due Sicilie, fu per abbattere la tirannide sacerdotale. Il resto d’Italia e le sue condizioni politiche non mi occupavano gran fatto. Tanto meglio però se la patria comune acquista l’indipendenza e la libertà; tanto meglio se componesi in forte unione nazionale. Di questo grande avvenimento io ne gioirò col patto che ai Vicarj di Cristo non rimanga ombra di politico dominio; col patto che Roma sia la capitale del nuovo regno italiano. Nel 1848 quando Pio IX per un suo sbaglio e per l’imbecillità universale era diventato l’idolo popolare, io non sapeva darmi pace al pensiero che il trono pontificio potesse consolidarsi e salire a maggior grado di potenza. Nel 1859 quando si parlava di un’Italia confederata sotto la presidenza del papa, io voleva spiritare, e andava gridando a tutti: Derisione e vergogna! Si saranno dunque vinte le battaglie di Magenta e di Solferino per ottenere questo bel risultato? No, vivaddio, il papa deve tornare alle reti e alla barca di S. Pietro. Ditemi, dottore, voi che siete invecchiato nel soggiorno di Roma, che avete per clienti una quantità di porporati, di abati e di simile genìa, voi che sapete le turpitudini antiche e nuove della corte romana, non vi sentite nauseato e indignato allo spettacolo diuturno di corruzione che offre la città eterna? Non vi pare che sia troppo contaminata? Che la sua atmosfera sia grave per lezzo pestilenziale a cagione del governo dei preti? Non vi pare che un popolo il quale sopporta da secoli un tale governo sia degno di vitupero e di frusta?
A questo punto comparve nella stanza un essere estremamente misero per deformità di volto e di corpo. Il volto era macilento, scialbo, chiazzato di macchie livide, e spirante un’aria di stupidità. Il corpo era esile, sbilenco e attrappito in tutte le membra. Si sarebbe detto che la povera creatura fosse così mostruosa per maleficio di una strega, e che ogni notte un vampiro le suggesse il sangue. Compiva i ventott’anni e pareva ne avesse quaranta. La sua intelligenza era quella di un cretino. Egli entrò guidato da un servitore, e si diresse al marchese sollecitando il passo stentato e traballante, e articolando tre volte il nome di papà. In quel movimento affrettato e in quella voce ansiosa parlava la natura, non mai interamente muta neppure nelle anime più ottuse ed imperfette. Una tristezza mista di amore si dipinse in viso del marchese, il quale carezzò e baciò il figlio, volgendogli qualche domanda leggera e giocosa come si pratica verso i piccoli fanciulli. Anche il dottore alla sua volta gli fece festa e lo intrattenne puerilmente, ottenendone dei propositi insulsi ed un riso melenso. Era una compassione il vedere e l’ascoltare quel disgraziato, che fatta la sua visita, si ritirò seguìto dal medesimo servitore. Il marchese accompagnandolo coll’occhio, sospirò profondamente, divenne torbido, e disse con voce irata:
— Maledizione alla Corte di Roma; annichilamento del potere e della opulenza dei chierici, cagione dei vizj, delle iniquità e delle infamie loro.
Il dottore ascoltava con grande maraviglia. Quell’uscita violenta gli pareva intempestiva nel momento che il marchese era tuttavia commosso dolorosamente dalla vista del figlio. Quale rapporto vi poteva essere fra due sentimenti così disparati? Perchè avvicinare senza transazione due idee tanto lontane l’una dall’altra?
— Figlio mio, figlio mio infelicissimo, continuò il marchese abbassando il capo in atto di grande sconforto. Egli sarebbe nato sano di corpo e di mente, e forse dotato di bellezza e d’ingegno; egli sarebbe stato la delizia e l’orgoglio de’ suoi genitori. Dannazione eterna, proruppe con l’impeto di prima, dannazione a colui che guastò nel suo germe l’opera felice e santa della natura; a colui che con atroce delitto la difformò in tal modo, e condannò un padre ad avere l’anima funestata perennemente allo spettacolo di tanta miseria.
Il dottore era attonito sempre più, e pensava: Il marchese attribuisce la disgrazia del figlio ad un delitto! Egli impreca alla Corte di Roma, e subito dopo all’autore di questo delitto? Qual mistero tenebroso! Vorrà egli forse rivelarmelo?
— Dottore, proseguì il marchese con voce pacata, voi mi avete guarito da una complicazione di mali, generati dalla mia ferita al petto. Il vostro beneficio io lo apprezzo mediocremente, perchè la vita ha poca importanza per me. Nondimeno la mia gratitudine verso di voi è quella di un uomo che si sente beato della esistenza, e obbligato in sommo grado a chi gliela conserva. Io voglio darvi una prova del mio animo riconoscente palesandovi un secreto altissimo e tremendo, che da quasi trent’anni porto chiuso in seno. Voi siete il primo e il solo a cui lo discopro; giudicate da ciò la deferenza che ho per voi, e il favore nel quale vi tengo.
Il dottore fece un inchino, e disse parole di ringraziamento. Il suo amor proprio era lusingato gradevolmente. Alla quale compiacenza univasi in lui il vivo desiderio di conoscere un secreto di tanta rilevanza, desiderio prossimo ad essere soddisfatto. Tali suoi sentimenti gli apparivano espressi nel volto e nell’atteggiamento della persona.
— Ah no, dottore, non è vero che la vita mi sia indifferente, esclamò il marchese; anzi mi è cara assai, perchè ho il diletto di odiare una razza di tristi, e perchè avrò la voluttà ineffabile di assistere alla loro imminente caduta. Udite.... la deformità di mio figlio..... e la morte della mia sposa sono opera di un cardinale di Santa Chiesa.
Non è possibile significare l’accento di sdegno e di amarezza con cui il marchese pronunciò le ultime parole, nè la terribile espressione del sembiante onde le accompagnò. Neppure si potrebbe dipingere la stupefazione del dottore, il quale balbettò: