Da così strano accidente ecco in me generato un amore, che la giovanile immaginazione rendeva, carezzandolo, ognor più vivo e più intenso. Benchè avessi varcato il diciottesimo anno, il pedagogo, secondo la moda dei tempi, mi teneva ancora sotto la sua potestà e sorveglianza. Io gli augurava il malanno per diverse ragioni, ma principalmente perchè egli non voleva andare, nelle nostre passeggiate, verso il convento delle Salesiane, dicendo che le strade di là non erano amene, mentre per me conducevano al paradiso. Sì, il solo vedere quelle mura e quella porta, il respirare l’aria di quei dintorni mi faceva palpitare il cuore e fantasticare giojosamente.
Un giorno confessai tutto alla zia, e le dissi piangendo che se io non otteneva in isposa l’oggetto del mio amore, sarei morto d’affanno e di disperazione. La zia, che mi voleva un gran bene, ascoltò con interessamento la mia confessione, e mi promise che si sarebbe adoperata per consolarmi. La fanciulla era Eleonora de’ Gigli, di nobilissimo e dovizioso casato. A mio padre si presentavano per me i più ragguardevoli partiti di Roma, senza contare una principessa partenopéa, e la figlia di Don Manuele Linares y Aranda y Madruso Grande di Spagna.
— Vostra Eccellenza era il più bel giovane degli Stati Pontifici.
— Io non era più bello di molti altri, ma la mia famiglia possedeva cinquemila jugeri nella Comarca, e novemila nella delegazione di Macerata. Io ricusai la mano di qualunque fanciulla, insistendo per quella di Eleonora, che finalmente ottenni dopo superate non poche difficoltà, perchè alcuni giovani di gran conto aspiravano essi pure alle sue nozze. Come orfana e sotto tutela, Eleonora rimase in convento fino all’epoca del matrimonio. Ah, dottore, io non saprei dirvi quanto fosse divenuta più bella. Essa credeva di vedermi per la prima volta, e rapidamente mi amò. Perdonatemi questa vanità.
— Il signor marchese, per farsi tosto amare, aveva un talismano potente nelle grazie del volto, e in quelle dei modi e del discorso.
— Dite piuttosto che il mio amore, a lei secreto, traboccò quando fu mia in tale espansione da generare, come per miracolo, il suo e farlo adulto d’un tratto. Un giorno ella mi disse vezzosamente: Noi ci siamo subito amati senza aver avuto tempo di conoscerci — Ma noi ci conosciamo da lungo tempo, le risposi fra serio e scherzoso; anni fa noi ci siamo anche baciati, non ti ricordi? Eleonora mi guardò coll’aria di chi trova scipita, anzi buffonesca una celia. Allora io le posi sott’occhio questo Agnus Dei, che ella riconobbe per sua fattura e suo dono ad una fanciulla da lei incontrata nel monastero. Alle mie spiegazioni, fattele ridendo, cessò di essere stupita, e tinse le guancie del più amabile rossore in memoria dell’innocente abbandono, a cui la sua semplicità l’aveva condotta. Ingannatore! mi disse con un accento ed uno sguardo pieni di dolcezza, e mi strinse fra le braccia.
Dopo due mesi di matrimonio, si manifestò nella mia sposa un’alterazione di salute. Essa impallidiva da un momento all’altro, e perdeva tratto tratto il sonno e l’appetito. Qualche volta veniva sopraffatta da un leggero tremito convulsivo. Voi non eravate per anco il medico della mia famiglia; quello d’allora giudicò essere tali incomodi effetto della gravidanza. Una certa malinconia velò dappoi la naturale gajezza di Eleonora, e per distrarla io la condussi a Napoli ed a Palermo. Sembrando che il viaggiare le fosse di giovamento, noi andammo in Ispagna, ma sbarcati a Barcellona, dovemmo colà sostare, perchè il male si voltò subitamente al peggio. La mia sposa languiva e dimagrava un giorno più dell’altro. I medici credettero d’avere scoperto il morbo, che battezzarono con due dei vostri nomi tecnici, e curarono senza costrutto. Il ricondurla a Roma in quello stato era impossibile. Mi fecero sperare che dopo il parto si sarebbe riavuta, ma la speranza fu vana. Eleonora partorì un bambino di così trista apparenza che somigliava un aborto; in seguitò ella precipitò miseramente agli estremi. Io non l’abbandonai un istante, e l’abbracciava con amore e cordoglio disperati. Era uno scheletro, ma io vedeva sempre in lei quel portento di bellezza che mi aveva rapito, e che mi stava indelebile nel cuore. La sua angelica bontà e i suoi sentimenti religiosi la fecero rassegnata a separarsi dalla vita e da me, il cui affanno la impietosiva e le dettava parole soavi e sante per consolarlo, parole che invece lo incrudivano di più appunto per la loro soavità e santità. La bocca donde uscivano stava per essere muta in eterno; io doveva perdere per sempre colei che sapeva trovare, benchè invano, tali argomenti di conforto al suo trambasciato compagno. La cara infelice si spense nel mentre le nostre labbra erano congiunte; io bevvi il suo ultimo respiro. Anima desolata come la mia, e piena di raccapriccio e di furore compresso, e sitibonda di vendetta non vi fu mai sopra la terra. Interrogando un giorno l’inferma circa alcuni particolari della sua vita nel monastero, io aveva convertito in certezza il più orrendo dei sospetti. Coi miseri avanzi mortali della mia sposa, co’ miei servi e con una nutrice catalana per mio figlio m’imbarcai per Civitavecchia, dove giunsi dopo cinque giorni di navigazione.
III. Il pugnale.
Il marchese fece una pausa di due minuti, e quindi proseguì:
— Il cardinale *** uomo di rei costumi, dissimulati da una profonda ipocrisia, aveva sotto la sua protezione e direzione il convento delle Salesiane, e perciò si recava non di rado a visitarlo.