Eccovi un racconto che si trova nel manoscritto di Naerö e che vi do tradotto letteralmente:

«Il lappone Andrea Livortsen aveva un figlio unico Giovanni di anni 20, tanto malato che nessuno credeva che la potesse scampare. Il padre che era disperato adoprò tutte le runerie o arti magiche che conosceva, ma invano. Finalmente si decise di ricorrere al runebom. Egli stesso era un gran noaide, ma trattandosi di cosa che lo riguardava tanto da vicino, non gli era permesso secondo i suoi articoli di fede di consultare da sè il runebom. Perciò mandò a chiamare il fratello della sua moglie morta, che era abile quanto lui nelle arti dei noaidi. Dopo le cerimonie preliminari, il cognato pose l’anello sul runebom al suo posto, e cominciò a battere col martello. Ma vedi! L’anello va tosto sul jabmicuci-balges, la via dei morti, proprio vicino al regno dei morti. Il padre rimase costernato, tanto più quando vide che non ostante i più forti colpi della bacchetta, accompagnati da ogni sorta di scongiurazioni, non si voleva muovere da quel posto; finchè, secondo il consiglio del cognato, promise di offrire ai morti un renne femmina. Allora finalmente, tornato a battere sul runebom, l’anello si mosse, ma non andò più in là del ristbalges, la via dei cristiani, per cui il cognato battè di nuovo. Ma l’anello tornò di bel nuovo sulla via dei morti. Questa volta il padre promise un renne maschio a Mubben-aibmo (Satana), perchè suo figlio potesse rimanere in vita. L’anello si mosse, ma ritornò alla via dei cristiani, nè vi fu verso di farlo andare su quella parte del runebom ove sono le capanne dei lapponi (che sarebbe stato segno sicuro di guarigione). Il cognato battè per la terza volta con molti esorcismi, ma l’anello tornò al suo posto di prima, cioè alla via dei morti e vi rimase fisso, finchè il padre oltre alle due renni fece voto di sacrificare un cavallo al noaide del regno dei morti, affinchè egli runasse in modo tale da determinare i morti a fare andare l’anello alla capanna dei lapponi, e così il padre avesse l’assicurazione che il figlio vivrebbe. Ma questa volta venne esaudito ancora meno delle altre: l’anello rimase fisso nella via dei morti non ostante tutti i colpi, sicchè veniva predetta con certezza la morte del giovine. Il cognato rimase sbalordito, nè poteva capire come mai l’anello desse un prognostico peggiore, e gli Dei rimanessero più inesorabili, dopo aver ricevuto tante offerte. Finalmente si appigliò a questo consiglio: calò alla spiaggia e prese un sasso allungato. Dopo aver consacrato quel sasso con molti esorcismi e canti, lo appese davanti alla capanna; quindi si gettò davanti ad esso colla faccia contro terra, e gli diresse una preghiera, chiedendo poi a Mubben-aibmo (Satana) da cosa derivasse, che l’anello non voleva abbandonare la via dei morti, quantunque si fossero promessi doni tanto splendidi a lui, ai morti ed ai noaidi del regno dei morti. Egli allora udì la pietra dargli questa risposta: che le cose promesse dovevano essere offerte a lui e agli altri Dei nello stesso momento, se no il ragazzo doveva morire, a meno che vi fosse un’altra vita umana da offrire in vece della sua. Queste erano dure condizioni; perchè era impossibile al padre di essere così sollecito nel suo pagamento come lo chiedeva Satana, non avendo sotto mano nè le renne nè il cavallo promessi; e dove avrebbe trovato un uomo disposto a offrirgli la sua vita per salvare il suo figlio? Se dunque il padre voleva conservare il figlio in vita, non aveva altro mezzo che di morire egli stesso; e si risolvette volentieri a ciò. E tosto che ebbe preso questa risoluzione, colla quale dimostrava un amore più grande pel figlio che per la propria anima, il cognato battè di nuovo sul runebom dove l’anello stava ancora al suo primo posto; ma ora si rimosse e andò sulla capanna lappone, il che profetizzava vita e salute per l’ammalato. Il più strano di tutto è che il giovane cominciò tosto a star meglio, mentre il padre nel tempo stesso divenne mortalmente ammalato e che il dopo pranzo dell’indomani il figlio era completamente guarito, nello stesso momento in cui il padre con una misera morte rendeva la sua misera anima al diavolo.

«Il figlio mostrò la sua riconoscenza al padre, secondo il desiderio espresso da questi nei suoi ultimi momenti, offrendo alla sua anima un renne maschio; affinchè nel regno dei morti potesse più comodamente andare in giro là dove voleva.

«Il lappone Giovanni, al quale questo è successo cinque anni fa, e che ora serve nella mia parrocchia in Helgeland, ha raccontato questa storia, insieme ad altri lapponi e le loro mogli in mia presenza nella mia casa nel gennaio del presente anno 1723[36]

I runebom non sono tutti compagni fra loro, sebbene abbiano molta analogia. Ve ne sono di quelli ove le figure sono quasi tutte prese dalle credenze cristiane ed appartenevano probabilmente a lapponi ufficialmente cristiani, ma che di nascosto seguitavano le loro pratiche pagane. Ora è completamente sparito tra i lapponi la conoscenza del gobda (runebom) del quale non conoscono neppur più il nome. I lapponi erano rinomati presso ai loro vicini i finlandesi per le loro arti magiche.

Il gobda e il sampo

Friis dimostra come il sampo, l’arnese miracoloso celebrato in diversi canti del kalevala finlandese, che venne costruito dal finlandese Ilmarino per potere ottenere in matrimonio la figlia di Locchis, la più bella ragazza di Pohjola (Lapponia), del quale sono state date molte spiegazioni, ma nessuna sodisfacente, non era che un gobda o runebom.

DEGLI DEI LAPPONI IN GENERE E DELLA LORO DIVISIONE IN CLASSI

È completamente falsa l’opinione, che la religione dei popoli turanici fosse uno schamanismo, che cioè non credessero a potenze superiori a quelle dei loro schamani (sacerdoti). Si può assicurare invece, che non si trova nessun popolo nè nei deserti dell’Asia nè nella Tundra della Siberia, nè nelle regioni polari d’America, che non creda alla esistenza di esseri o forze superiori agli uomini. I lapponi specialmente adoravano moltissime divinità: tutto l’universo era per loro pieno di Dei e Dee e oltre agli Dei elementari, ogni bosco, monte, lago, sorgente ecc., aveva il suo halde o spirito protettore. Secondo Jessen si può ammettere, che i noaidi lapponi dividevano le loro divinità in quattro classi, che corrispondono alla distribuzione dei disegni sui runebom, cioè in