E abba Deus pedimus,

Pro s’abba Deus pianghimus,

Et pro s’abba suspiramus,

Cum sas abbas ch’ispettamus

Sas terras fertilidade.

Avete chiusi i cieli per non darci alimento; avete trattenuto le acque, avete seccato i grani, con questo avete finito la nostra fragilità.

Acque, o Dio imploriamo, e acqua Dio domandiamo, per l’acqua o Dio piangiamo, e per l’acqua sospiriamo, e con le acque aspettiamo fertilità alla terra.

La poesia sarda è povera di poemi e potremmo appena citare Sa Jerusalem victoriosa di Melchior Dore e alcuni poemetti di Raimondo Congiu (morto nel 1813) del Padre Lucas e di Antonio Demontis Licheri che celebrano fatti eroici della storia moderna di Sardegna. Francesco Carboni che l’abate Pischedda chiama genio prepotente d’eloquenza latina, nato a Bunnannaro nel 1746 scrisse due poesie latine: De Sardua Intemperie et de Coralliis. Lo stesso Pischedda, parlando della prima di queste epopee dice che «trovò tanta accettazione ne’ dotti che disaminato a fondo e con giusta bilancia, ravvisarono in essa la grazia di Catullo, la purità di Lucrezio in fatto di stile; la robustezza, la maestà e la vivissima espressione di Virgilio nelle sue descrizioni, e la profondità d’Orazio in molti de’ suoi concetti. Le poesie più scielte del Carboni furono raccolte in un volume e pubblicate per cura del Reverendo Monsignore Don Emmanuele Marongio. Uno dei suoi più cari ed intimi amici, il famoso Dettori di Tempio lo salutava col nome di Latinissimo, il Roberti gli dava il glorioso titolo di Doctae Sardiniae decus novellum; e l’Accademia italiana l’onorava col nome di Primo latinista del secolo[13].

Anche di elegie propriamente dette non è ricco il parnaso sardo. Ecco un lamento di Marcello in cui piange le sterili sue ricerche di una sposa:

Tota sa vida caminende so