E il crocchio del Vieusseux allietò anche il Micali, e lo Zannoni, e Davide Bertolotti: e per mezzo del Bertolotti[577], il Boucheron, “in contemplazione„ del quale fu fatta[578] un'adunanza che riuscí “numerosissima„[579]. Il quale Boucheron, di buona e gioviale fisonomia e di capelli canuti, parlava con anima e volentieri, però “non senza una qualche scintilla di vanagloria„[580]. Ma piú, giungendo talvolta da Roma, rallegrava la compagnia Melchior Missirini, “il vero tipo dell'arcadico — come lo definiva[581] il Vieusseux — il bello ideale di quella razza di accademici„; e Tommaso Gargallo, il quale confessava[582] che il ritrovo del Vieusseux non poteva essere piú opportuno per le scambievoli conoscenze; e in quel ritrovo con gusto veniva recitando quelle odi oraziane piú oscene, ch'egli affermava non pubblicare “per rispetto al pudore„[583].

Oh quante figure diverse io veggo disegnarsi su' muri di quella sala, come proiettate da una lanterna magica! Mi par di sentire la culta piacevolezza del dottore Gaetano Cioni, e viva scoppiettare l'arguta facezia di Vincenzo Salvagnoli, e pungere la non di rado volgare mordacità del Pacchiani. Ed ecco Pietro Capei, con quelle sue “qualità preziose pel dolce conversare„[584]; ecco il Giordani, “il piú amabile e divertente degli oziosi„[585], con il suo spirito e la sua bile, co' suoi entusiasmi e i suoi giudizi superlativi; il quale soleva vivacemente ripetere[586] che avrebbe assai di buon grado patteggiato co 'l censore: tenesse pur questi l'arbitrio de' verbi e de' nomi sostantivi, quando lasciasse lui padrone degli aggettivi e degli avverbi. E là, “nell'angolo del divano dove soleva sedere„[587], Gino Capponi con quella sua potentissima voce tenere que' lunghi facondi gravissimi ragionari infiorati di citazioni erudite: e il Tommaséo, “disinselvatichitosi„, incominciar finalmente a parlare[588], atteggiando a un sorriso ironico il labbro, dal quale scoccava motti arguti e frizzanti: e il Pieri magnificare i fichi di Firenze, e adirarsi[589] con tutti perché i suoi versi non sono letti, e in previsione della morte tribolare[590] il Niccolini perché nel fargli l'elogio si fermi piú su quello che prometteva fare che su le cose già fatte. Io vedo il Montani, che lo scrittore piacentino saluta[591] “il piú dolce colombo della terra„, pieno di tenerezze languide e di entusiasmo per la nuova società filodrammatica; e la pedanteria letteraria ambulante nel conte Pagani Cesa; e il facondissimo oratore Poerio, uscito or ora stanco da una casa da giuoco. Vedo il Forti, che discute con Giovanni Valeri della nuova scuola storica alemanna; e il Cicognara, e il Mayer, e il Benci, e il colonnello Gabriele Pepe con la sua grande cicatrice, che disputa con Emmanuele Repetti e co 'l Tommaséo, a' quali vuol persuadere “che tra il dialetto suo nativo e il toscano non c'è divario d'eleganza„[592].

Oh che schiera numerosa di persone, e come diverse nelle manifestazioni del loro ingegno e del loro essere! “Trovatemi un'altra città — scriveva[593] nel '29 Giuseppe Sacchi — che al pari di Firenze vi conti tante celebrità„. Ma che cosa avrebbe pensato lady Morgan, la quale, meravigliata delle riunioni in casa del conte Porro, scriveva[594] che Parigi stessa non avrebbe potuto offrire una società piú amabile e piú interessante; che cosa avrebbe pensato, se avesse potuto assistere a quella, rimasta sempre famosa, adunanza in onore di Alessandro Manzoni?[595] La notizia divulgatasi rapida ch'egli, vincendo la naturale sua ritrosia, avrebbe per qualche ora preso parte all'adunanza del Vieusseux, aveva in tutti destato una curiosità quasi morbosa di vederlo da vicino; alla quale curiosità si aggiungeva l'altra, non meno grande, di vedere come egli avrebbe accolto il Giordani, e come sarebbe accolto da lui.

È la sera del lunedí 3 settembre: poco dopo le sette ore il Manzoni compare in quella sala; tutti lo accolgono con grandi ovazioni, e tutti gli si stringono intorno, e gli fanno mille elogi, e gli chiedono mille cose: e il Manzoni, impacciato oltremodo, risponde con parole poche e avviluppate, arrossendo a simiglianza di fanciulla. Frattanto giunge in ritardo il Giordani, e fattoglisi innanzi, “è vero che credete ai miracoli?„, gli chiede in luogo di saluto: alla quale domanda, ingenuamente il Manzoni risponde: “Eh, è una gran questione!„: mentre l'altro, con la lente nell'occhio, gira per la sala, come se non avesse detto né udito nulla. Ma il Vieusseux disapprova in cuor suo la domanda inopportuna, e ha già timore che il Giordani con la sua intemperanza finisca con lo sciupare la bella serata. E mentre il Manzoni, animandosi via via, ma sempre “modesto, dolce, affabile„, parla di religione e de' principî dell'arte nuova (era questo l'argomento su cui desideravano maggiormente sentirlo); il Leopardi, solo, pieno il volto di grande pallore, sta come rincantucciato in un angolo della sala; e al Mamiani che gli si avvicina, e gli domanda che cosa gli paia di tale accoglienza, risponde: “Me ne pare assai bene, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maestri nel culto dell'arte„. Ma quel vanesio del Pieri non sa perdonare al suo Niccolini che si sia tanto accostato al “signor Manzoni„; e trasecola a tal segno delle “tante e sí strane sentenze„ di lui, che finisce co 'l crederlo “né modesto e neppure vero religioso„. Che importa però del Pieri? Il Manzoni lasciò in tutti gran desiderio di sé, quando alle nove di sera ebbe salutato la numerosa adunanza; e il Vieusseux scrivendo al Capponi, che sperava giungere in tempo da Padova per ammirare lo scrittore lombardo, diceva: “Manzoni a enchanté tout le monde„.

***

Ma non sempre quelle adunanze riescivano cosí solenni, non sempre cosí affollate da richiami altrettanto potenti. “Il mio crocchio — diceva[596] il Vieusseux — è sempre a poco presso sul medesimo piede, tour à tour piacevole ed uggioso secondo chi ci capita„: e a volte capitavano pochi di fuori; a volte anche quelli che pur avevano stabile dimora in Firenze, si fecevano desiderare: e il crocchio del Vieusseux rimaneva allora come una schiera di rondini che si sbanda. Vi fu un tempo in cui il Giordani, pieno sempre di aneddoti da raccontare nella sua dotta e piacevole conversazione, andava la sera dal Vieusseux “tardi e per pochi momenti„[597]: egli si era “accasato presso la bella Carolina„, e tutti lo dicevano “pieno di bella passione per quella vergine„. Egli amava molto le feste allietate da un bel sorriso di donna (non ne vedeva mai dal Vieusseux); e nel salotto della signora Carlotta Lenzoni si trovava a suo agio: e poi, e poi, c'era la “divina„ Giulietta, e la quiete di quella casa a lui pareva[598] “piú cara di qualunque conversazione„. Il Niccolini stette una volta “tre mesi„ senza mettere piede nel gabinetto: il Forti poi, con le sue assenze o apparizioni fugaci, parve[599] in un certo tempo al Vieusseux che fosse divenuto fin “poco gentile„ con lui: e anche il Ciampi, alle adunanze nel palazzo Buondelmonti preferiva talvolta restarsene in casa “colla sua governante e il suo cane„[600]. “Devo rassegnarmi — diceva[601] il Vieusseux — ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone che noi amiamo e stimiamo!„. Egli però sapeva richiamare ben presto gli uccelli dispersi: ed essi facevano ritorno, con piú amore di prima, allo stesso nido, sotto il medesimo tetto.

Del resto, le riunioni migliori non erano le piú numerose, dove la conversazione per la quantità de' frequentatori finiva co 'l dispendersi variamente ne' varî crocchi, come la nuvolaglia nel cielo: le piú desiderate, le piú importanti, erano quelle men numerose, ma piú scelte; piú ristrette, ma piú intime. Ed erano anche le piú rimpiante: “ricordatevi — scriveva[602] agli amici il Giordani in una breve corsa alla sua città — ricordatevi, care anime, qualche volta del povero Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffé, a mescere bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora„. E quando fu rinchiuso in Piacenza, dove era difficile ricevere giornali, dove il gabinetto di lettura era stato sciolto; “mio caro Vieusseux — sospirava[603] — non vengo piú a vedervi, a prendere quel caffé, a godere quelle conversazioncelle ristrette e scelte, a udire quei discorsi ragionevoli. Qui sono tra la tristezza e la rabbia, nulla di buono vedo né sento„. Parlando co 'l Benci del Vieusseux, “ditegli — scriveva[604] lo Stendhal — che serbo gratissima memoria del suo club dei sabati„: e il Leopardi affermava[605] ch'egli non vedeva altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e che quando questa gli mancava, si sentiva “come in un deserto„: e ritornato in Recanati, “mi corrono le lagrime agli occhi — scriveva[606] al Vieusseux — quando mi ricordo di voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra„. Compagnia della quale il Mayer vivissimo in Roma sentiva il desiderio: “ben visito — egli diceva[607] — or l'una persona or l'altra.... ma questo modo di vedersi non è godimento.... non vi è luogo e tempo per ritrovarsi; e ritrovandosi non si può liberamente comunicare ogni pensiero„. Rimpiangeva[608] Urbano Lampredi quella “sala di conversazione dove altre volte in lieta e scelta compagnia aveva passato alcune serate, le quali desiderava vivamente ancora„: e Giovanni Valeri, dopo una delle sue brevi dimore in Firenze, ritornato in Siena, “il mio viaggio fu felice — scriveva[609] al Vieusseux — felice, ma tristo, come tristo è ora il mio soggiorno in questa città, dopo aver lasciato costí tante persone che mostravano amarmi, e mi amano, io spero, sinceramente. Oh potessi una volta riunirmi a voi tutti!„. E il Tommaséo dall'esilio suo sconsolato di Parigi, parlando co 'l Capponi dell'amico caro ad entrambi. “Il buon Vieusseux! — esclamava[610] — Quanto e con quanta gratitudine penso a lui! La sera, quando sono da Galignani e sento armeggiare colle seggiole sopra, mi pare d'essere di faccia alla colonna di S. Trinita, e di sentir lui„. Le quali testimonianze ho voluto qui rammentare non tanto perché si veda con qual desiderio tutti solevano recarsi da lui, quanto per dimostrare con che forza il Vieusseux li tenesse congiunti a sé, e come in quella sala per merito suo uomini diversi, e talora avversi, per carattere e per idee, si conciliassero tanto da affratellarsi insieme in un comune affettuoso rimpianto.

Oh che liete risate talvolta, quando il Vieusseux leggeva[611] a' suoi cari quelle lettere del Tommaséo non ancor giunto in Firenze, piene di brio di aneddoti di sali.... e di pepe! Il Montani e il Giordani specialmente non mancavano mai, ne' giorni di posta, di correre da lui per domandargli le nuove di “messer Niccolò„. A volte la lieta brigata, meglio che radunarsi nel gabinetto, faceva qua e là ne' dintorni brevi gite, che poi davano materia di scritti al giornale: e nell'Antologia è fatta parola[612] di una gita a Meleto, e di un'altra[613] al monte Amiata: e in essa l'Orioli con desiderio rammenta[614] una visita co 'l Vieusseux e con altri amici fatta per la fertilissima Val di Chiana. Piú spesso però il Vieusseux chiamava gli amici alla sua mensa, non splendida, ma non senza decoro; e quelle colazioni e que' pranzi, che gli portavano non piccola spesa, riuscivano — afferma[615] il Pieri — “veramente assai grati, e non senza utilità„. Perché una differenza grande e sostanziale era tra le adunanze del Vieusseux e quelle in altri salotti d'altre parti d'Italia e della stessa Firenze. Mi ritornano in mente le conversazioni per lungo tempo tenute ogni sabato dalla contessa d'Albany che riceveva, adorna del suo “gran fichu di linon alla Maria Antonietta„[616], riceveva anch'ella quanto si trovava di piú elegantemente distinto tra' forestieri e il corpo diplomatico e i Fiorentini, facendo largo pasto di aneddoti scandalosi. Mi ritornano in mente altri salotti e di Bologna, e di Venezia, e di Milano, resi piú varî dalle esotiche apparizioni di celebrità e di bellezze piovute da molte parti d'Europa; ne' quali salotti, della poesia e della prosa amena si prendeva quel tanto che potesse bastare per il consumo giornaliero, e arguti epigrammi si susurravano dietro i ventagli delle signore, ridendo giocondamente delle scappate di qualche gentildonna o di qualche patrizio; e un'aria di cicisbeismo pariniano e di arcadia era diffusa tuttavia su' passatempi, su le vesti e su' mobili dorati, distraendo da pensieri piú forti e da azioni piú virili. Ma nelle riunioni del Vieusseux lo scopo era diverso, piú alto, anche perché chi vi soleva prendere parte non si trovava nel caso di mostrarsi specialmente sollecito di gratificarsi l'amabile diva della magione. Mi viene al pensiero quel gruppo di scrittori, non scarso per vero, che soleva in Parigi adunarsi nella casa di Carlo Nodier; per piú rispetti paragonabile al nostro: ma certo fu men numeroso, e men duraturo, e men saldo, e per le condizioni politiche diverse in che visse, meno civilmente importante. Per trovare in Italia qualche cosa di degnamente paragonabile, devo, risalendo con la memoria a una piú antica Firenze, ripensare la fiorita freschezza degli orti del suo Rucellai, dove la voce di Platone sonò giovine ancora nella letizia della natura e dell'anno, e la filosofia di lui parve rifiorir bella come la primavera: devo ricordare in Torino quell'eletta di uomini generosi, che ogni sera si adunavano nel Caffé Fiorio da prima, e poi nel Caffé di Piemonte, disputando delle riforme possibili e dell'avvenire della patria[617]; ricordare in Milano la casa del conte Porro, nella quale, come in una fucina, per breve tempo si preparò il Conciliatore, e tutte vi arsero le questioni piú importanti, e vivi fiammeggiarono gli ardimenti e gl'intendimenti civili.

“In questa sera veramente invernale — scriveva[618] Mario Pieri — che bello, stare in una stanza calda in compagnia di tanti valentuomini, ragionando dolcemente di lettere e di arti!„. Essi parlavano infatti de' libri venuti di fresco alla luce, de' loro studî, de' lavori in germe o già quasi compiuti: spesso leggevano que' loro lavori, e ne discutevano con discussione feconda di notizie e di ammaestramenti; perché quel conversare svelava, senza perdere di brio, qualità poco note de' varî ingegni, e senza perdere di intimità o acquistare pesantezza accademica, si sollevava sempre dal livello comune. Leggeva il Pepe innanzi la stampa gli articoli suoi; il Cioni fece gustare due canti in ottava rima della versione della Pulzella d'Orléans, “grazioso lavoro e tutto naturalezza e vivacità„[619]: e certe volte le discussioni fornivano materia di scritti al giornale. Una sera, sorta una disputa su come latinamente dovesse dirsi Gonfaloniere, essendo l'ora già tarda il Ciampi fu pregato di scrivere e leggere nella sera seguente la sua opinione: e l'opinione scritta dal Ciampi divenne un articolo[620] dell'Antologia. Racconta[621] il Capponi, che solo a porre in carta ciò che in quelle conversazioni con parola abondante e vivacissima Pietro Giordani diceva della sua scelta de' prosatori, e delle istorie del Colletta, e dell'Antologia, sarebbe stata la piú efficace delle sue prose. E quando comparve il romanzo famoso del Rosini, oh quante chiacchiere si fecero[622], e come animate! Il Giordani ne parlava da politicone, Salvagnoli diceva che il professore pisano era il primo romanziere del secolo, Forti lo buttava nel fango, Montani lo difendeva, Tommaséo rideva e taceva: ma poi fece ridere gli altri, scoccandogli contro questo epigramma[623]:

In ogni opera sua vero ed espresso