Non guadagnavo che sei o sette lire il mese, dalle quali dovevo dedurre il sessanta per cento per il Governo, ma mi piaceva. A poco a poco finii per amare il telaio come una cosa viva. Il rumore lento e monotono dei battenti che spingevano l'ordito tra un colpo di spola e l'altro, suonava al mio orecchio come una melodia che scendeva nel mio animo esulcerato.

Il tessuto che si avvolgeva sul cilindro, aveva tutte le mie carezze. Fu una gioia di pochi mesi. Il subbio, sul quale calcavo il ventre, finì per darmi una infiammazione intestinale. Dovetti andare in infermeria e poi ricominciare un altro mestiere.

Divenni legatore di libri—come si può diventarlo in un luogo dove si manca di tutto. Come tale mi si mandò nel bagno di San Giuliano. Ritentai il telaio e ricaddi più ammalato di prima. Qualche mese dopo mi si trasportò al bagno di Portolongone. Potete immaginarvi che cosa abbiamo sofferto nella traversata. Avrei preferito la mulilazione del braccio destro. Eravamo una catena di cento galeotti. Al nostro sbarco assisteva una folla enorme. Dal porto al bagno, ci sono tre chilometri tutti di salita, coi margini dello stradone che smottavano sotto i piedi e facevano pensare ai precipizi. Prima di arrivare all'ergastolo si passa sotto un arco rozzo.

L'entrata di questo bagno è tetra. Sente del luogo. Le camere sono assai più piccole di quelle del Castellaccio e in ciascuna di esse sono accomodati otto ergastolani.

Quando vi giunsi era affollatissimo. C'erano mille e cinquecento condannati. Trovai che l'impressione dell'entrata rispondeva esattamente alla vita interna. Le camere erano senza tavolaccio e senza letti da campo. Bisognava dormire sullo strapuntino di cinque chilogrammi di capecchio—in terra, con un cuscino che pareva per la testa di una pupattola. Le stanze erano male arieggiate. Avevano una parvenza di finestra nella vôlta e una porta sempre chiusa.

Gli ultimi che arrivano subiscono un ozio di mesi e di mesi. O non c'è posto, o non c'è lavoro, o non si sono ancora studiati i nostri caratteri. In un modo o nell'altro si rimane neghittosi.

Il passeggio avveniva sull'alto della terrazza con muraglie così alte che ci lasciavano come in fondo a una tomba scoperchiata. Non vedevamo che il cielo sopra le nostre teste.

C'era anche Cipriani, quello che era stato eletto deputato parecchie volte. Lo tenevano completamente isolato da noi. Occupava una stanza da solo, andava all'aria da solo e gli portava la minestra un sottocapo in una scodella di latta. La sua spesa quotidiana era un quarto di vino. A Portolongone si beveva il vino dell'isola d'Elba. Era migliore di quello degli altri bagni. Il Cipriani era mite e buono. Ma si diceva che era di un carattere fiero, altezzoso e anche borioso. Voleva quello che voleva e non accettava nulla.

Signore, abbiate pietà di me! Dopo una lunga malattia che mi lasciò sperare la fine delle mie tribolazioni, mi incatenarono di nuovo con una catena di duecento galeotti e ci stivarono in un bastimento per Finalmarina.

Non vi dico altro perchè dovrei ripetervi lo strazio e le torture delle altre volte. Oh, come si soffre, Dio mio, nelle stive dei bastimenti carichi di galeotti! Vi basti sapere che sulle spiagge mi pareva o ci pareva di essere usciti da un'orgia di oppio. Eravamo istupiditi dalla notte spaventevole e ci pareva di non avere più sangue nelle gambe.