L'allegria era assente. Si iniziò il pranzo con un bicchiere di vino bianco di botte e con del presciutto tagliato di fresco. Assaggiammo una minestra stata cotta sul fornello della trattoria esterna e attaccammo, con qualche appetito, un tacchino di Filighera e dei polli stati allevati in Liguria, che mandavamo giù tra una forchettata e l'altra di insalata giovine. Giungemmo al sabaglione dopo avere vuotate parecchie bottiglie valtellinesi, senza dire una parola che valesse la pena di essere ricordata sul palinsesto della mia memoria.
Il pensiero dei miei compagni era probabilmente intorno il collo dei loro cari. Chiesi pensava alla sua mamma, Federici alla sua signora e alla sua bimba che spasimava di vedere, don Davide alla sua Teresa, la sorella che lo idolatra e Suzzani a sua madre che nominava sovente.
Potevamo star su fino alle dieci.
Alle otto eravamo tutti a letto.
Chiesi russava maialescamente da dieci minuti.
__Gustavo Chiesi.__
Gustavo Chiesi è uscito dalle pagine di Mazzini. Tutto ciò che è regio non entra nei suoi ideali. Tutto ciò che è frivolo non partecipa della sua esistenza. Le sue alte aspirazioni sono per una Repubblica di repubblicani ammodernati dalla vita pubblica.
In un periodo di specialisti, egli è rimasto l'uomo di una coltura straordinaria. Volgendosi verso la montagna della sua produzione, si può credere che egli abbia dato fondo all'universo. Si è occupato, con competenza, di tutto lo scibile umano. Di storia, di scienza, di letteratura, di invenzioni, di geografia, d'arte, di navigazione, di esplorazioni, di musica, di coreografia, di questioni agrarie, di strategia militare, di industria, di drammatica, di legislazione. Egli ha biografato mezzo mondo. Da Dante a Cimarosa, da Leonardo da Vinci a Cavour, a Cantù, a Crispi. Non c'è uomo illustre nella storia e nel rinascimento patrio che non sia entrato nella sua collezione illustrata.
Self-mademan del giornalismo italiano, egli si è scelto un motto inglese adatto alla sua pertinacia di lavoratore: time is money—il tempo è danaro. Con una testa costantemente in eruzione e convinto che «la volontà è l'anima dell'ingegno e la vittoria del progresso», egli resiste al tavolo fino ai crampi nella mano. Passa indifferentemente da un soggetto all'altro, senza bisogno di sosta. Smette l'articolo politico e riprende la continuazione dell'appendice, consegna al proto la pagina critica e si riversa sull'Italia irredenta—una pubblicazione che deve «tener vivo nelle masse il sentimento della loro nazionalità, il retaggio sacro della lingua, la speranza di una rivendicazione avvenire».
È difficile trascinarlo in una conversazione che gli faccia perdere il tempo e il danaro, ma una volta ch'egli si decida per il riposo, vi trovate con un causeur nel vero senso della parola, con un uomo il quale sembra non abbia fatto altro nella vita che occuparsi di salotti aristocratici o di aneddoti politici o di musica wagneriana. Verso sera, quando si aspettava la luce elettrica o si flanellava, gli abitatori della quinta camerata lo ascoltavano tra una meraviglia e l'altra.