Adesso sono sbarbato e non mi pento. Ma vi so dire che ho passato un brutto momento. È entrato nella mia cella un uomo che mi pareva avesse gli occhi lucidi del bevitore. Il suo alito puzzava di grappa e le maniche della sua giacca sucida erano lastricate del pattume del mestiere. A ogni movimento sputava in terra la saliva negra della cicca che egli rivolgeva come un boccone sotto i denti. Mi ha messo al collo uno straccio sporco come un cencio di cucina. Gli aveva servito per sbarbare un raggio intiero. A ogni rasoiata sudavo come sotto un'operazione chirurgica. Avevo sempre paura di vedermi cadere una sleppa di carne insanguinata. Sbatteva sul pavimento, che avevo reso lucido con le mie braccia, le ditate della spuma coi peli che si era accumulata sul suo rasoio. Il suo modo era spiccio. Dalla eminenza dello zigomo passava per la guancia come una strisciata di rasoio.
Lascia peli dappertutto, specialmente dove il rasoio non può scorrere liberamente, come nella pozzetta del mento.
Mi brucia la pelle della faccia come se fosse stata scorticata e ho ancora per il naso l'odore putrilaginoso del suo sapone orribile.
Stamattina riandavo la canzone:
C'est aujourd'hui mon jour de barbe
con piacere.
Alle undici maledivo il barbitonsore del Cellulare come un rasoio di punizione. Egli rade e punisce.
Mi sono messo in corrispondenza con uno scarpa internazionale che ha la cella al pianterreno. Fu lui che mi scrisse per dirmi che aveva letto tanti anni sono un mio libro.
Egli è il Rousseau dei borsaiuoli d'alto rango. Si sbottona senza reticenze. Egli è quello che è, e non ha bisogno di far misteri con uno che egli chiama un «dottore sociale». Non ha fatto studii, ma ha letto e viaggiato molto. In un bigliettino di ieri l'altro mi faceva sapere che non voleva nè la mia commiserazione, nè il mio compianto. «Il delitto della vita mi ha frustato e fatto saltare al di là della sbarra del codice penale, ed io non farò mai sforzo alcuno per rientrare nell'orbita della legge.»
Egli è divenuto la mia miniera. Mi sono attaccato a lui con la tenacia dei cercatori d'oro capitati in una terra aurifera. Per vederci egli mi scrisse di piegarmi sulle calcagna domattina al passeggio, vicino alla cancellata, in uno dei primi raggi, o di fare di tutto, con un pretesto qualunque, per mettermi fra gli ultimi. Indosserà un gilet e una giacca di velluto di seta e terrà il cappello duro in mano.