In altra sentenza in questo Tribunale fu già affermato che i moti scoppiarono improvvisamente, che i capi dei vari partiti furono sorpresi dagli avvenimenti, e questo giudizio viene ancora confermato dalle risultanze di questo dibattimento. Questa è certo l'unica ragione per la quale i partiti non hanno potuto prendere accordi definitivi, quali dovevano essere nel loro pensiero. Nè la riunione in casa del dott. Ceretti, nè il tentato, ma non avvenuto convegno all'Italia del Popolo fra repubblicani e socialisti, sono sufficienti per provar con certezza l'esistenza di un concerto sul mezzi d'esecuzione, ed i nuovi elementi sorti dalla discussione di questo processo non sono tali da infondere nel Tribunale una diversa convinzione.

Nessun fatto è venuto a dimostrare un accordo fra i tre odierni accusati, non constando che nei giorni dei tumulti, ed in quelli che li precedettero, si sieno riuniti, se anche per mezzo d'interposte persone abbiano potuto concertarsi fra di loro per dirigere l'insorto movimento.

Mancando la prova del concerto, rimane ad esaminare quale fu la parte che ciascuno di essi ha individualmente preso nella preparazione degli avvenimenti e nei giorni della sommossa.

Dai rapporti esistenti in atti consta che il Turati è certo la personalità più spiccata ed influente del partito socialista milanese. Direttore e redattore della Critica Sociale, scrittore nella Lotta di Classe, fondò circoli socialisti ed attrasse nell'orbita del suo partito numerose società di operai, inspirando in essi l'odio di classe, e promuovendo leghe di resistenza verso i padroni. Fu già condannato per un articolo scritto dopo la condanna di De Felice.

Altra volta lo fu per la pubblicazione di un almanacco socialista e nelle dimostrazioni del 1896, parlando al pubblico tumultuante, elogiò gli studenti di Pavia, i quali per impedire la partenza di soldati per l'Africa avevano svelte le rotaie della ferrovia e fu con quelle parole causa dei disordini che poco dopo successero alla Stazione centrale.

Nei numerosi suoi scritti trapela sempre il disprezzo per le istituzioni e l'esercito. A lui si deve l'Inno dei lavoratori, divenuto il grido di guerra dei socialisti. È designato quale autore, insieme al Rondani, del manifesto ai lavoratori italiani, di cui si è sopra parlato. Certo egli ne ebbe conoscenza prima che fosse divulgato.

Come già si è detto, nel 6 maggio, volendo raccomandare ai tumultuanti la calma e di attendere il momento opportuno, parlò in modo da incitare maggiormente, ed il maggiore cav. Montuori, colà comandato pel mantenimento dell'ordine, chiese al funzionario di pubblica sicurezza che era là in servizio di potere agire o di far ritirare i soldati, non volendo che questi assistessero a quelle esortazioni alla rivolta.

Nel pomeriggio del successivo giorno 7, in prossimità delle barricate di P. Venezia, sentendo l'avv. Cavalla rimproverare alcuni giovinetti che si munivano di sassi, osservando loro che era da pazzi esporsi a morire in quel modo, il Turati si rivolse a lui aspramente dicendogli in tono da poter essere sentito dai rivoltosi: «I cadaveri servono a qualche cosa. Essi sono le pietre miliari delle conquiste avvenire del popolo»; e chiamato a sè il Rondani, se ne andò con lui, dicendo: «Qui nulla più vi è da fare, andiamo a Ponte Seveso.»

Si recò invece alla Stazione centrale, si abboccò col noto Mantovani, esso pure condannato in contumacia, e nel giorno successivo si ebbe il manifesto ai ferrovieri e poscia il tentato sciopero dei macchinisti e fuochisti che potè essere fortunatamente scongiurato.

L'accusato De Andreis, fino dall'epoca in cui era studente, professò apertamente opinioni repubblicane, fondò giornali, fece attiva propaganda delle sue teorie, coll'istituzione di circoli, conferenze e discorsi pubblici, tendenti sempre allo scopo di cambiare violentemente alla prima occasione la costituzione politica dello Stato, parlando sempre con sarcasmo della persona del Re e della sua reale famiglia.