—Figurati!
Mi lasciai trascinare a casa sua con uno stringimento di cuore. Mi aspettavo di vedermi spalancato l'uscio di un uomo in mare. Credevo di trovarlo in una soffitta che venisse inaffiata dalla pioggia, con una dozzina di volumi pieni di ditate untuose per il suolo, con dei fogli imbrattati di inchiostro su un tavolo che non sta mai quieto, con una seggiola sventrata, con una camicia sudicia appesa alla parete e un paio di ciabatte squinternate vicino a un saccone di foglie di granturco sui cavalletti di legno.
All'entrata diventai di tutti i colori. La sua casa in via Gesù era di quelle che respirano il benessere degli inquilini. La portinaia lo salutò con una mezza riverenza, lo chiamò signor dottore, e gli lasciò prendere un mucchio di lettere da un casellario che rivelava l'ambiente signorile. Salimmo per uno scalone, entrammo per l'uscio aperto da una cameriera e mi trovai coi piedi sul tappeto, in un salotto sontuoso, circondato da mobili eleganti, cogli occhi che andavano da una tela di qualche sommità del pennello ai bibelots di un'étagère superba.
La mamma non pareva la mamma di un figlio che si trascurava negli abiti fino all'indecenza. La guardavo e pensavo alla castellana. Alla signora alta, coi capelli bipartiti come una Madonna, con la faccia signorilmente lunga, con l'abito nero giù a piombo, illuminato intorno al collo dal pizzo antico e illustrato al seno da una nidiata di solitari sepolti nelle trine. Nella penombra del salotto le sue dite affusolate si muovevano e perdevano faville dappertutto.
Se avessi qualcosa da amministrare e potessi indurre Filippo Turati a prendersi cura del mio patrimonio, non esiterei un minuto ad affidargli la mia amministrazione. In pochi anni sarei sicuro di andare verso la ricchezza che ride dei rovesci degli altri. Egli è un ragioniere consumato. Ha l'occhio nell'avvenire ed è di una esattezza direi quasi scrupolosa. Questa abilità, che in un uomo di cifre diventerebbe una virtù grandiosa, in lui è un difetto che gli costa una somma enorme di lavoro intellettuale perduto. Mi sento male quando vedo il direttore della Critica Sociale scrivere gli indirizzi degli abbonati, registrare gli incassi, impaccare libri e correre alla posta carico come un facchino. Ma lui non smetterà mai. Egli chiama tutto questo una distrazione. Abituato a non darsi al riposo, continuerebbe a scrivere e diventerebbe prolisso e slavato come un pennivendolo da ottanta lire il mese.
Fuma dalla mattina alla sera. Terminata una sigaretta ne accende un'altra e continua così fino al momento di addormentarsi.
Alcuni che non lo conoscono bene sospettano in lui il tirchione che si lascerebbe ammazzare piuttosto che metter fuori un centesimo o offrire una bibita agli intimi che vanno a trovarlo. È un errore grossolano. Filippo Turati non è uno sciupone. Ma coloro che frequentano la sua casa sanno che la sua tavola è sempre popolata di amici e che la sua mano mette sempre nella mano dei bisognisti dei biglietti di banca.
Una sola volta l'ho veduto seccato di sapersi all'uscio persone che hanno bisogno di dirgli una parola. Stava facendo colazione e questi signori lo avevano fatto smettere sei volte. Alla settima rifiutò di muoversi.
—Ah, per oggi basta, perdio! Ditegli che non ci sono, ditegli!
Poi, dopo qualche boccone, si trovò pentito,