Federici lo tranquillava assicurandolo che la segregazione personale non poteva durare più di un sesto della pena.
Romussi: Saccorotto! Ci dici poco a vivere in questa tana per sette od otto mesi? Ho tentato di leggere col libro alla ferriata, ma ho dovuto smettere. Vi avrei lasciata la vista…
Chiamammo due o tre volte don Davide senza averne risposta. Credevamo che dormisse. Invece, il povero prete, entrato nel cubicolo, non seppe più reggere. Pianse dirottamente. Pianse nel silenzio soffocando i singhiozzi per non farsi sentire dai colleghi, pregando Dio di aiutarlo in un momento di tanta ambascia.
Io, che personalmente lo conoscevo da parecchi anni e che durante il processo avevo ribadita l'amicizia, inquieto del suo silenzio, gridai:
—Don Davide? Che cosa fate? Dormite?
Rispose con una voce cavernosa che non dormiva. Non aveva bisogno che un po' di calma per riaversi da tutte quelle emozioni che stavano per strangolarlo.
Fummo sorpresi dalla guardia con le scarpe di cimossa, la quale ci spiava in agguato.
—Silenzio! gridò imperiosamente il secondino.
Mezz'ora dopo venne il direttore a vederci, cubicolo per cubicolo, col cappello in testa e la voce che sentiva dell'uomo abituato a parlare coi galeotti. Così fu anche in seguito. Venne sempre nella nostra camerata col cappello in testa e col linguaggio dell'uomo che vuole essere temuto e vuole essere considerato un domatore di dannati alla galera.
Uscito il direttore dal corridoio, entrò nel cubicolo un pagliericcio di crine vegetale puntato, assolutamente insufficiente anche per un corpo mingherlino come quello di Romussi. Mancava ai piedi di mezzo braccio e bisognava addormentarsi sul fianco e con la faccia al muro, se non si voleva cadere sull'impiantito.