Il secondo giorno fu più triste. Ci eravamo alzati all'alba, chiamati dalla campana come gente che non aveva tempo da perdere e poi ci si era lasciati nella capponaia a cellucce senza darci un libro, senza dirci una parola, senza lasciarci sperare che all'indomani saremmo usciti.
Bisogna proprio essere aguzzini che gustano la voluttà dell'altrui sventura, per tenere degli infelici cento e più ore sotto l'impressione che il sesto della loro sentenza verrà consumata in una tana senza luce e senz'aria!
Nel cubicolo siamo rimasti due giorni e mezzo.
Durante questo primo periodo, non abbiamo visto che un'ombra che passò dalla nostra cella con una parola per ogni buco: coraggio!
L'ombra era il cappellano.
Uscimmo storditi. Ci palpavamo la nuca e guardavamo il cielo come abbacinati. Erano bastati due giorni e mezzo per solcarci le guance e imbrutirci come gente che si levasse da una sbornia potentissima.
Ci scambiammo su per giù gli stessi pensieri.
—Credetti di morire, sapete. Mancavo d'aria: avevo bisogno di moto e di luce, sopratutto di luce, sopratutto di moto, sopratutto d'aria.
Don Davide aveva avuto delle nausee che lo avevano impensierito.
—Ci fu un momento in cui dovetti raccogliermi e pregare il Signore
Iddio.