—Abbasso i privilegi!
—Privilegio! gridai anch'io.
—Privilegio! Chi è mingherlino non può mangiare come mangia un uomo dalle mie proporzioni!
Anche senza avere l'apparecchio digestivo del 2557, in galera si patisce la fame pur avendo i mezzi per il sopravitto. Se poi non se ne hanno, si diminuisce di peso di giorno in giorno.
Con 600 grammi di pane cento volte inferiore a quello del soldato, e 150 grammi di pasta sempre scellerata, un condannato si sente i crampi nello stomaco più di una volta in 24 ore. In tutte le camerate si ripete la stessa storia:—«Ho fame, si ha fame, abbiamo fame.»
I trentacinque minorenni della nona camerata, quasi in faccia alla nostra, ci impietosivano. E tutte le volte che potevamo, mandavamo loro le nostre pagnotte e la nostra minestra.
Senza le nostre cinque o sei o sette o dieci pagnotte al giorno avrebbero fatto della fame tutti i giorni. Perdio in prigione si patisce inesorabilmente la fame.
Tanto è vero che in prigione si soffre del digiuno prolungato, che il 2556—cioè il direttore del Secolo—mi disse, la seconda volta che fummo al Cellulare, queste testuali parole che trovo registrate nel mio diario:
—Una buona novità introdotta dal direttore cav. Codebò è quella di avere diviso la distribuzione della minestra e del pane. Certi prigionieri, giovinetti robusti, mangiavano d'un colpo i 600 grammi di pane, e alla sera si trovavano tormentati dalla fame. Egli pensò di distribuirlo in due riprese: alle 10 e alle 3. Così pure divise la minestra quotidiana. I detenuti, con questo sistema, hanno un cibo caldo, benefico, specialmente d'inverno.
Ma anche così, si pativa. Con una quantità insufficiente e una qualità abbominevole non era possibile uscire dal regno della fame.