Gli ufficiali, con delle buone parole, cercavano di calmarli. Promettevano loro tutto, compresa la giustizia. Ma, mentre riducevano una camerata alla ragione, le altre davano fuori e strepitavano dicendo che era meglio morire subito che continuare una «vita infame come questa». Dappertutto si schiamazzava e si levavano in aria i pugni come da gente determinata a tutto.
Qua e là si sentivano voci che domandavano un'inchiesta.
—Vogliamo la Commissione! Venga una Commissione da Roma!
A mezzogiorno erano nel reclusorio il prefetto d'Albenga e il sindaco di Finalborgo.
Il prefetto parlava loro con grazia. Incominciava i suoi piccoli discorsi così: Poveri sventurati! Ma li terminava dicendo loro che aveva pieni poteri civili e militari.
—Se non farete silenzio, mi varrò di questi diritti.
Fu come una dichiarazione di guerra.
Gli occhi dei forzati erano illuminati dalla vendetta.
Il capitano ordinò il pronti e i fucili si curvarono verso la regione del petto dei rivoltosi.
Non ci volle altro. Nacque tra i forzati la gara di voler morir prima. Ciascuno si cavava la giacca, si sbottonava la camicia e si presentava ai fucili, gridando: