—Ci lasceremo tagliare i baffi e indossare l'abito del recluso?

La Kuliscioff, che Turati vedeva spesso nella stanza dei colloqui speciali, era determinata a sostenere una battaglia in favore dell'abito del condannato politico. Essa aveva già detto al capoguardia che nessuna guardiana avrebbe osato metterle le mani addosso per farle indossare la veste abbominevole della reclusa.

Federici non ne era molto interessato. Egli diceva che non si disonoravano i condannati politici indossando la toletta del condannato comune. Sono quelli che la impongono loro che si disonorano. La preoccupazione sua era piuttosto se si dovesse lasciare sola la Kuliscioff a sostenere la lotta per l'abito. Valera ricordava che anche i deputati irlandesi, ai tempi delle ultime leggi eccezionali, erano divisi su questa questione. Il più accanito fu O'Brien—l'ex direttore dell'United Ireland, Egli la considerava una grande battaglia politica e la sostenne non lasciandosi svestire che dopo lotte disperate tra lui e gli aguzzini di Kilmainham—prigione di Dublino. Ci vollero otto carcerieri a strappargli la giacca ed il panciotto. E i calzoni, otto giorni. Egli stette otto giorni in cella, in camicia, senza coperta e senza pagliericcio d'inverno, a costo di crepare di freddo e di starnuti.

Ma poi ha dovuto finire per lasciarsi vestire come gli altri. Mandeville, il quale ha voluto imitarlo, è uscito sconquassato dai pugni ed è morto. E gli altri deputati—Hooper, Sheehy e Carew—che non hanno resistito come O'Brien, dopo il pugilato in carcere, non sono stati più loro. Anche al Parlamento non si son fatti più sentire che come votanti. L'amico Michele Davitt, che è ora alla Camera dei Comuni ed è stato alla servitù penale, come feniano, per sette anni, non dava alcuna importanza agli sforzi di O'Brien. Mi raccontava che era del tempo sciupato. L'Irlanda aveva altro da fare che occuparsi dei calzoni di O'Brien!

A mano a mano che si avvicinavano alla decisione della Cassazione, i colloqui si succedevano ai colloqui in un modo straordinario. Erano parenti, amici, compagni di lavoro che andavano al Cellulare come in processione. Pei condannati, era uno strazio. Passavano da un abbraccio all'altro commossi della commozione altrui. Toccava ai condannati far coraggio ai visitatori! Il Turati risaliva qualche volta sfatto.

—È un supplizio. A momenti, mi facevano piangere!

Romussi, più di una volta, entrava nel cellone colle lagrime negli occhi.

Federici rientrava e si metteva a passeggiare colle mani imbracciate. De Andreis invece si toglieva la giacca—lui non stava mai che in maniche di camicia—la metteva con cura sul letto di Turati, accendeva una sigaretta e ricominciava a mandare a memoria delle declinazioni latine!

Il giorno in cui si seppe l'esito della Cassazione mangiarono con maggior appetito senza punto discuterlo. Lo sapevano anche prima. Il ricorso per loro non era stato che un modo per guadagnar tempo e per aderire alla volontà dei parenti e degli amici che volevano che si andasse fino in fondo. Il dolore comune erano le centocinquanta lire!

—Queste sì, disse De Andreis, che sono state sciupate!