La caduta di un fazzoletto vi fa trasalire come il chiavone che entri nella toppa. Ci sono momenti in cui vi pare di poter sentire le pulsazioni del cuore degli individui che abitano ai fianchi della vostra abitazione. L'udito vi si raffina in un modo che nessuna zampa di gatto può avvicinarsi all'uscio a vostra insaputa. A furia di ascoltare le pedate dell'individuo che vi passeggia sulla testa, siete in grado di distinguere il suo stato d'animo, di indovinare quando il suo pensiero è tranquillo o rassegnato o quand'esso è sottosopra o imperversa per il suo cervello come una tempesta.
Un addio sommesso, uscito da una di quelle buche che chiamano finestre, vi giunge all'orecchio con tutti i larghi della voce squillante e sonora. L'alito diventa, per il recluso, un suono. Un suono dolce, un suono che va giù a remigarvi nell'anima come un notturno tenero ed elegiaco di Chopin.
Dotati di questa percezione, voi sentite nell'aria la voce di un sepolto come un'armonia lamentosa uscita da un organo toccato da una mano raffinata. È lui che chiama in aiuto la vostra «colomba», perchè ha bisogno di sapere o di comunicarvi una notizia, perchè i crampi del suo stomaco lo obbligano a cercarvi un tozzo della vostra pagnotta, perchè ha una voglia matta di accendere la pipa o il sigaro, o perchè desidera farvi leggere un giornale che gli è riuscito di avere per la via della via.
La «colomba» è una funicella o un attorcigliamento di stracci, di striscie di fazzoletti o di camicie, o di liste di lana o di panno sfilacciate. Tutto è buono, purchè si riesca a mettere assieme una specie di corda lunga tre piani di Cellulare. Per coloro che sono condannati in un carcere giudiziario e quindi senza biancheria propria, la «colomba» diventa un problema che non può sciogliere che la pazienza o qualche detenuto sotto processo capace di regalarvi il materiale per farla.
Con la pazienza potete rarefare il tessuto della coperta del letto, del pagliericcio, dell'asciugamano, del fazzoletto e magari degli abiti che indossate.
Una volta che siete padroni di una «colomba», voi potete mettervi tra i prigionieri, diremo così, agiati. Voi possedete un tesoro che vi permette di comunicare con tutte le finestre della facciata dell'edificio che vi ospita e delle facciate degli altri raggi congiunti col vostro.
Mi spiego con un esempio.
Supponete che io occupi una cella al primo piano di un ambiente di cento finestre. Le finestre sentono dell'aguzzino. Vedute all'esterno, sembrano grandi buche da lettere incorniciate in un rialzo di granito. All'interno, spaventano il novizio. Hanno l'inferriata staccata dal pietrone che si protende in fuori e impedisce di vedere le altre finestre e di agguantare la funicella che penzolasse dinanzi.
Io ho un solfanello e tutti gli altri miei colleghi della mala vita vogliono fumare. Il solfanello del buon prigioniero deve sempre essere di legno. Con uno spillo, del quale un vecchio frequentatore di carcere deve essere munito, a costo di nasconderselo nella pelle, lo apro in quattro.
Metto i tre quarti nel ripostiglio più recondito della cella, e mi servo dell'altro per accendere un po' di lisca ravvolta in un mucchietto di filacce per impedirgli di divampare. Con poco solfo sulla capocchia, sarei un cretino se mi dimenticassi dell'esperienza dei miei colleghi. La quale è che non si deve mai passare allo sfregamento senza prima avere strofinato ben bene un bottone di metallo o un chiodo delle scarpe o un legno qualunque.