A formarci però di un tale governo un'idea anche piú chiara, occorrerebbe sapere con precisione quali e quanti erano i cittadini che effettivamente vi partecipavano, e su ciò restano ancora parecchi dubbî. Il contado veniva interamente escluso dal far parte della cittadinanza, la quale non era concessa piena ed intera neppure a tutti coloro che abitavano dentro le mura, gli operai minori e la plebe essendone privi.[143] Il governo si trovava quindi in mano d'alcune potenti famiglie, dei capi delle Arti e dei loro principali aderenti. Fino agli ultimi tempi della Repubblica, infatti, la vera cittadinanza, che sola dava diritto agli ufficî politici, rimase un privilegio concesso a pochi, i quali anche nel 1494 non superavano di molto i tre mila. E questa è la ragione per la quale, anche ai nostri giorni, v'erano alcune modeste famiglie che si vantavano d'avere l'antica cittadinanza fiorentina, come se fosse un ambito privilegio, quasi un titolo di nobiltà. In Venezia, fino agli ultimi tempi della repubblica, anche nel secolo passato, troviamo ancora diversi gradi di cittadinanza, ed il governo sempre in mano di pochi. Questo in ogni modo è uno degli argomenti che anderebbero nella nostra storia meglio studiati. Nel Parlamento, è vero, s'adunava il popolo indistintamente; ma queste adunanze erano il piú delle volte di pura forma. E quando noi vediamo che il Parlamento veniva convocato in una piazza, spesso non molto grande, o in una chiesa, bisogna pur concludere, che di nome, ma non di fatto, vi pigliavano parte tutti gli abitanti delle Città.

È superfluo poi aggiungere, che allora non si conosceva alcuna esatta divisione di poteri, quale si trova nelle costituzioni moderne. Gli affari si dividevano piú secondo la loro importanza, e secondo la qualità delle persone cui si riferivano, che secondo la loro natura. Il Consiglio dei Cento non era, come si crederebbe oggi, un'assemblea legislativa, né i Consoli un potere esecutivo. Questi giudicavano, amministravano, comandavano in campo, eseguivano la volontà popolare, e qualche volta compievano anche atti legislativi, senza il Consiglio, che nelle riforme di maggiore importanza era sempre consultato, ma assai spesso le votava o le respingeva senza discuterle. Il Parlamento, nei casi piú solenni, approvava con un placet, senza capir sempre neppure di che cosa si trattasse. Da un altro lato non solo gli affari d'una certa gravità, massime se occorrevano danari, venivano portati in Consiglio; ma questo poteva essere consultato su tutto ciò che piaceva ai Consoli, da una proposta di condanna a morte, per ragioni politiche, fino alla concessione d'un permesso per trasferire la propria abitazione da un Sestiere ad un altro,[144] perché questo fatto che a noi apparisce di cosí poco momento, poteva allora alterare la distribuzione degli abitanti nelle diverse parti della Città, e quindi la forza relativa di esse, e la proporzionale partecipazione dei cittadini agli ufficî pubblici, cosa di cui s'era molto gelosi.

Tale era la forma di governo con cui il Comune di Firenze si costituí la prima volta. Esso non era però ancora consolidato, né abbastanza sicuro di sé. Il contado, in cui il Comune comandava, era molto ristretto; i suoi confini incerti, disputabili e disputati; ed anche dentro questi confini la sua autorità era debolissima, perché i castelli dei nobili, non solamente si dichiaravano indipendenti dalla Città, e non volevano riconoscere altra autorità fuori quella dell'Impero, a cui neppur sempre obbedivano; ma le movevano guerra continua, e continuamente eccitavano, aiutavano a ribellarsi da essa le vicine terre. La prima cosa dunque che occorreva fare in questo momento era: impadronirsi del contado colla forza delle armi, sottometterlo davvero e governarlo, il che doveva, come vedremo, essere causa di molte nuove e gravi perturbazioni, cosí interne come esterne. Esse costituiscono la vera storia del Comune fiorentino, la quale ora finalmente incomincia.

Capitolo III PRIME GUERRE E PRIME RIFORME DEL COMUNE FIORENTINO[145]

I

Dopo la morte di Matilde, i messi inviati dalla Germania a riassumere, in nome dell'Impero, il Margraviato di Toscana, si successero rapidamente gli uni agli altri.[146] Furono quasi tutti uomini piú o meno incapaci, che seguirono una politica titubante, senza mai nulla concludere. Pigliavano l'autorità di margravî, ma erano ufficiali temporanei dell'Imperatore. Privi di forze, ignari del paese, s'appoggiavano ora agli uni, ora agli altri, senza distinguere gli amici dai nemici; ed intorno ad essi scoppiavano guerre continue, di cui non riuscivano mai a capir le ragioni. Un tale stato di cose, attissimo a favorire la comunale indipendenza, durò fino al 1162, quando Federico Barbarossa cominciò a far sentire la sua mano ferma, iniziando una politica piú chiara e determinata, sebbene neppure a lui riuscisse di ottenere grandi risultati.

I Fiorentini furono quelli che piú di tutti seppero profittare di questa debolezza dell'Impero. Nel 1129, s'impadronirono del castello di Vignale in Val d'Elsa;[147] nel 1135 distrussero quello di Monteboni, da cui ebbero nome i Buondelmonti, che dovettero allora sottomettersi, con l'obbligo di servire in guerra il Comune, ed abitare alcuni mesi dell'anno in Città.[148] Il Villani, a questo proposito, osserva che ora il Comune cominciò ad ingrandirsi «colla forza piú che con ragione...., sottomettendosi ogni nobile di contado e disfacendo le fortezze». Questa infatti fu la politica fiorentina, e da essa due conseguenze dovevano inevitabilmente venire. La prima era l'ingrandimento del territorio; la seconda, l'introduzione in Città d'un numero sempre maggiore di nobili, il che apparecchiava la formazione d'un partito aristocratico, avverso al popolo, e quindi le guerre civili e i futuri mutamenti di governo.

Nel giugno 1135 entrava in Firenze il messo imperiale Engelbert,[149] che pareva le fosse amico. Egli andò subito verso Lucca, dove toccò una grave sconfitta. Fu piú tardi mandato Errico di Baviera, che venne con qualche forza, e pareva avverso ai Fiorentini; ma ben presto andò via, e gli successe Ulrico d'Attems, che si mostrò loro favorevole, anzi nel 1141 andò con essi a fare una scaramuccia contro Siena.[150] Queste erano però meteore che apparivano e sparivano. La principale guerra dei Fiorentini incominciava adesso contro il conte Guido, soprannominato il Vecchio, che era divenuto loro nemico. Occasione della rottura era stata un'eredità contestata; ma la ragione vera bisogna trovarla nella sua cresciuta e minacciosa potenza. Coi suoi possedimenti egli circondava infatti da ogni lato la Repubblica: per se quasi civitas est et provincia, scriveva di lui il Sanzanome.[151] E prima gli tolsero un castello presso Ponte a Sieve, poi assalirono quello di Monte di Croce. Ma il Conte, aiutato dalle vicine città, poté il 24 giugno 1146, dare ai Fiorentini una disfatta. Pure anche allora riuscirono ad ottenere patti vantaggiosi: una parte delle mura doveva essere demolita, e sul castello essere innalzata la bandiera fiorentina.[152] Ciò fu fatto, e per qualche tempo si ebbe tregua, tanto piú che il Conte pare s'allontanasse per altre imprese. Ma piú tardi le mura furono ricostruite,[153] ed i Fiorentini, dichiarando violati i patti, improvvisamente assalirono nel 1153 il castello, e lo demolirono. E cosí Mons Crucis est cruciatus, scriveva il Sanzanome. Tutto ciò non poteva di certo contribuire alla pace. Il conte Guido cedette una parte di Poggibonsi ai Senesi, con obbligo di fortificarlo e difenderlo contro i Fiorentini, i quali si apparecchiavano ad assalirlo. Accettando il dono, Siena s'impegnava quindi a prendere parte attiva alla guerra, che cosí s'allargava.[154]

II

Se non che, appunto allora lo stato delle cose mutava, perché s'incominciò a sentire in Toscana l'azione di Federico I Barbarossa. Avvistosi che il duca Guelfo non riusciva a farsi rispettare, mandò (1162-3) l'arcivescovo Rainaldo di Colonia, uomo accorto ed energico, col titolo di Italiae archicancellarius et imperatoriae maiestatis legatus, e l'incarico di riordinare l'amministrazione imperiale, secondo un nuovo concetto. Federico accettava, come fatto inevitabile, la dissoluzione del Margraviato, e voleva direttamente assumere il governo delle varie parti di esso, per mezzo di Conti o Podestà tedeschi, come già aveva fatto in Lombardia. E Rainaldo si mise con ardore all'opera, ponendoli, con presidî tedeschi, nei principali castelli del contado: dove i castelli mancavano, ne furono costruiti dei nuovi.[155] S. Miniato, con la sua torre in cima del colle, col borgo di S. Genesio in basso, fu il centro di questa nuova amministrazione. Ivi Rainaldo pose Everardo d'Amern, col titolo di Comes et Federici imperatoris legatus.[156] Il concetto politico di Federico era chiaro e preciso; ma ad attuarlo, contro il volere dei Comuni già liberi, contro l'interesse di molti dei conti indigeni, sarebbero occorsi gran tempo ed un grosso esercito, cose che allora mancavano ambedue. Rainaldo dové ben presto partire per altre imprese, e quantunque gli succedesse l'arcivescovo Cristiano di Magonza, anch'esso uomo di valore, i risultati pratici dell'opera loro furono assai scarsi. Riuscirono solo a cavar danari, smungendo le popolazioni: «come buoni pescatori, cosí dice un cronista, stesero abilmente le loro reti per tutto». Ma politicamente nulla di stabile fondarono.