Il Podestà e Capitano potevano procedere d'arbitrio contro chi «audeat vel presumat facere precipi eis vel alicui eorum, quod faciant aliquid vel ab aliquo desistant, vel citari Potestatem vel Capitaneum vel Priores vel Consiliarios vel aliquem officialem Communis Florentie, vel eorum offitia impedire vel retardare coram aliquo vel aliquibus, ex autoritate aliquarum licterarum, privilegii vel rescripti, vel ex auctoritate alicuius iudicii ordinarii, delegati vel subdelegati, vel vicarii». E al solito la pena era applicabile anche ai congiunti e parenti.
Siccome poi molti chiedevano l'appoggio della giustizia civile (brachium seculare) «in deffectum iuris et in lesionem et in preiuditium personarum et locorum subdittorum Comuni Florentie» ec., fu deliberato che questo appoggio non si desse, se non finita la causa innanzi ai magistrati competenti, e presa cognizione di essa. Se in questo caso i magistrati si ricusavano, allora si poteva procedere contro di essi. Ma altrimenti coloro che richiedevano un'ingiusta esecuzione erano punibili, secondo è prescritto nel primo paragrafo di questa legge, essi e i loro congiunti. «Verum si consanguineos, ut dictum est, non haberet, procedatur contra bona talis petentis brachium seculare, et contra inquilinos, laboratores, pensionarios et fictaiuolos eiusdem potentis, et illorum cuius occasione petitur, et ad alia procedatur, prout ipsis dominis Potestati vel Capitaneo et Prioribus videbitur expedire». Seguono altri due paragrafi, che in tutto sono dieci, e poi la legge resta interrotta nel codice. (Provvisioni, Registro II, a c. 175-177).
Capitolo VI IL COMMERCIO E LA POLITICA DELLE ARTI MAGGIORI IN FIRENZE[337]
I
La fine del secolo XIII segna il principio d'un'era nuova nella storia dell'Italia e dell'Europa. Da Carlo Magno in poi v'era stato nell'Europa settentrionale un periodo di disordine politico, ma d'una cultura letteraria, che, poco studiata in passato, è stata oggi messa in grandissima luce dagli eruditi. La letteratura provenzale e cavalleresca; quei poemi che si dividono nei cicli di Carlo Magno e d'Arturo; i Nibelungen; le mille canzoni; le splendide cattedrali, che si trovano da un lato e l'altro del Reno, e costituiscono un'arte mille volte imitata, non mai superata; tutto ciò fu l'effetto d'una prima e grande cultura nel Medio Evo, alla quale l'Italia, per molto tempo, non partecipò. Nel settentrione d'Europa i vinti ed i vincitori s'erano piú facilmente mescolati fra di loro, e cosí vi poteron sorgere piú presto una letteratura ed un'arte nazionale. In Italia, invece, i vinti furono oppressi, ma non si confusero mai del tutto coi vincitori. Essi anzi, a poco a poco, cominciarono a risorgere ed a resistere. La prima storia dei Comuni è la conseguenza di questa lotta; laonde, nel tempo in cui la Francia cantava le sue canzoni ed i suoi poemi cavallereschi, l'Italia pensava solo a gettar le basi delle sue istituzioni politiche e della sua libertà.
Col principio del secolo XIV la scena si muta totalmente. Quelle letterature sono come colpite da subita decadenza, la fantasia e l'immaginazione settentrionale sembrano a un tratto inaridirsi. Comincia anche colà un lungo, lento e penoso lavoro per ordinarsi politicamente. Ed in questo momento, invece, essendo già costituiti i municipî italiani, sorge fra noi la letteratura nazionale, che, colla sua splendida luce, fa scomparire dall'orizzonte, e per molti secoli rende invisibili e dimenticate le altre letterature, che l'avevano preceduta. Ed è questo appunto il tempo in cui Firenze, che diviene il centro e la sede principale della nuova cultura italiana, trovasi governata dalle Arti Maggiori. L'Impero sembra abbandonare le sue pretensioni sull'Italia; il Papato, combattuto e indebolito, non osa piú comandare la società laica col medesimo ardire d'una volta; le lotte fra i vincitori ed i vinti son cessate, perché ogni differenza tra sangue germanico e sangue latino è del tutto scomparsa, ed in Italia non vi sono ora che Italiani.
Nel seno del Comune fiorentino, la lunga lotta della democrazia contro l'aristocrazia feudale, è vicina a cessare col trionfo della prima, e la Repubblica si può già chiamare una repubblica di mercanti, la quale in poco tempo, col suo commercio, accumula tesori che sembrano favolosi. Tutto parrebbe annunziare un'era novella di pace, di concordia e di prosperità. Ma invece, se noi gettiamo uno sguardo all'avvenire, vediamo che le discordie civili continuano ancora fieramente a lacerar la Repubblica; vediamo che, fra lo splendore delle Arti e d'un commercio fiorente, le istituzioni politiche decadono, e si cammina quasi fatalmente alla perdita della libertà. Per qual ragione, adunque, un municipio che, sorto nel principio del secolo XII, in mezzo a tante difficoltà, ha saputo continuamente progredire, comincia ora, fra tanta prosperità, a decadere? Per qual ragione le guerre civili durano ancora, quando sembra cessato ogni pretesto di discordia, con la vittoria del partito popolare, che ora ha in mano il governo? Noi troveremo la soluzione di questo problema, esaminando un poco piú da vicino le nuove condizioni della società fiorentina, specialmente le Arti maggiori e minori, che ne formano il nucleo e la forza principale.
Le Arti, costituite in associazioni, dopo avere piú volte variato di numero, furono in Firenze ventuna, sette maggiori e quattordici minori, sebbene spesso le dividessero ancora in dodici maggiori e nove minori. In ogni modo le prime ed assai piú importanti erano le seguenti:
- 1. dei Giudici e Notai,
- 2. di Calimala o dei panni forestieri,
- 3. della Lana,
- 4. della Seta o di porta S. Maria,
- 5. dei Cambiatori,
- 6. dei Medici e Speziali,
- 7. dei Pellicciai e Vaiai.
La prima di esse, come ognun vede, è propriamente fuori dell'industria e del commercio, avvicinandosi assai piú alle professioni liberali. Pure è bene osservare, che i giudici ed i notai contribuivano allora moltissimo al progresso delle Arti, nelle quali venivano continuamente adoperati. Erano essi che, insieme coi Consoli, sedevano nella Corte o tribunale di ciascuna delle Arti, e decidevano tutte le liti commerciali che si presentavano; componevano i dissensi; pronunziavano o proponevano le pene. I notai poi erano piú specialmente destinati all'importante ufficio d'apparecchiare i nuovi Statuti ed a riformarli di continuo; essi ne sorvegliavano la esecuzione, stendevano i contratti, e nei maggiori e minori Consigli delle Arti, pigliavano spesso la parola in nome dei Consoli. I buoni giudici e buoni notai erano molto ricercati in Italia, e riccamente pagati, come un mezzo necessario di prosperità. Essi quindi divennero un'Arte delle piú autorevoli in Firenze, i cui notai avevano reputazione d'essere i piú abili nel mondo. Goro Dati, nella sua Storia di Firenze, dice di quest'Arte, che essa «ha un Proconsolo sopra i suoi Consoli, e reggesi con grande autorità, e puossi dire essere il ceppo di tutta la notaria, che si esercita per tutta la Cristianità, e, indi sono stati i gran maestri, autori e componitori di essa. La fonte dei dottori delle leggi è Bologna, e la fonte dei dottori della notaria è Firenze».[338] Nelle pubbliche funzioni il Proconsolo andava innanzi a tutti i Consoli, e veniva subito dopo il supremo magistrato della Repubblica. Capo dei giudici e notai, egli aveva come un'autorità giuridica su tutte le Arti.